L' isola dei fucili - Amitav Ghosh - copertina

L' isola dei fucili

Amitav Ghosh

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Editore: Neri Pozza
Collana: Le tavole d'oro
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 7 novembre 2019
Pagine: 320 p., Brossura
  • EAN: 9788854517608
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L' isola dei fucili

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Un viaggio mirabolante, che attraverserà secoli e terre, e in cui antiche leggende e miti acquistano un nuovo significato in un mondo come il nostro, dove la guerra tra profitto e Natura sembra ormai non lasciare più vie di scampo al di là dei mari.

«Un avvincente romanzo del nostro tempo, costruito attorno ai due argomenti più dibattuti del mondo contemporaneo: il cambiamento climatico e le migrazioni»Rumaan Alam, The Washington Post

«Questo è sì un romanzo (intriso peraltro di una felicissima vena narrativa, per ampi tratti perfino avventurosa), ma l’ho percepito al tempo stesso come un saggio più che mai toccante sull’abbandono della propria terra, sullo strazio del viaggio senza meta, sul mercimonio della disperazione»Stefano Massini, Robinson

«Ghosh riesce nell’incredibile impresa di affrontare il cambiamento climatico attraverso un avvincente romanzo d’avventura»Melanie Finn, The New York Times Book Review

Commerciante di libri rari e oggetti d’antiquariato, Deen Datta vive e lavora a Brooklyn, ma è nato nel Bengala, terra di marinai e pescatori. Non c’è stato perciò tempo della sua infanzia in cui le leggende fiorite nelle mutevoli piane fangose del suo paese, affascinanti storie di mercanti che scappano al di là del mare per sfuggire a dee terribili e vendicatrici, non siano state parte del suo mondo fantastico. In uno dei suoi ritorni a Calcutta, o Kolkata come viene detta oggi, Deen ha la ventura di incontrare Kanai Dutt, un lontano parente ciarliero e vanesio che, per sfidarlo sul terreno delle sue conoscenze del folklore bengali, gli narra la storia di Bonduki Sadagar, che nella lingua bengali o bangla significa «mercante di fucili». Bonduki Sadagar era, gli dice, un ricco mercante che aveva fatto infuriare Manasa Devi, la dea dei serpenti e di ogni altra creatura velenosa, rifiutando di diventare suo devoto. Tormentato dai serpenti e perseguitato da alluvioni, carestie, burrasche e altre calamità, era fuggito, trovando riparo al di là del mare in una terra chiamata Bonduk-dwip, «Isola dei fucili». Braccato, infine, di nuovo da Manasa Devi, per placare la sua ira, era stato costretto a far erigere un dhaam, un tempio in suo onore nelle Sundarban, nelle foreste di mangrovie infestate da tigri e serpenti. La leggenda del mercante dei fucili resterebbe tale per Deen, una semplice storia, cioè, da custodire nell’armadio dei ricordi d’infanzia, se il vanesio Kanai non aggiungesse che sua zia Nilima Bose ha visto il tempio e sarebbe ben lieta se Deen l’andasse a trovare. Comincia così, per il commerciante di libri rari di Brooklyn, uno straordinario viaggio sulle tracce di Bonduki Sadagar che dalle Sundarban, la frontiera dove il commercio e la natura selvaggia si guardano negli occhi, il punto esatto in cui viene combattuta la guerra tra profitto e Natura, lo porterà dall’India a Los Angeles, fino a Venezia.
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    Baldovino

    27/05/2020 19:18:36

    Non all'altezza dello standard a cui Ghosh ci ha abituati. Troppe tematiche affastellate nel corso della narrazione senza adeguato approfondimento. Le antiche leggende indiane cedono spazio alla denuncia sociale e la narrazione viene penalizzata in suspense e ritmo. Ben lontano dalla vividezza affascinante della Trilogia dell'Ibis.

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    LUCA

    16/05/2020 20:11:55

    Romanzo meraviglioso in cui si intrecciano miti indù e realtà, l'India e Venezia, i mutamenti climatici e migrazioni di popoli. Questo è il primo libro che ho letto di Ghosh e mi ha veramente sorpreso . Da subito si viene catturati dalle vicende del mercante d'antiquariato Deen e dal suo viaggio nel paese natale prima e, oggi come secoli fa, nel resto del mondo poi. Merito, a mio avviso, al traduttore del libro che lo ha reso fluido da leggere e con ottime costruzioni grammaticali.

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    Ronnie

    15/05/2020 08:59:08

    Non ho mai avuto modo di leggere altri romanzi di Amitav Ghosh, ma ne avevo sentito parlare molto bene, prima di comprare "L'isola dei fucili". Purtroppo, questa specifica lettura non mi ha trasmesso tutto l'entusiasmo che mi aspettavo: la storia non brilla per originalità (e questo è tutto sommato un cavillo, perché anche la storia più banale può essere narrata in modo affascinante), i personaggi sono piatti e stereotipati, la storia è un susseguirsi di digressioni spesso inutili, il ruolo del soprannaturale non viene mai chiarito, l'erudizione di Ghosh/del protagonista viene messa in scena con eccessiva insistenza, la storia d'amore puzza di finto e così anche molti altri elementi. Insomma, una lunga lista di ombre negative che oscura anche quanto c'è di buono in "L'isola dei fucili": l'atmosfera orientaleggiante, il gusto per la leggenda e il folklore, le tematiche ambientali e sociali, e una scrittura limpida e fluida. Peccato.

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    Marta

    12/05/2020 16:16:22

    Ho letto tutto d'un fiato le 317 pagine del libro. Mi sono fatta trascinare dal viaggio del bengalese che vive a New York fino alla sua India. Ho apprezzato il modo in cui si parla del cambiamento climatico e della mitologia delle terre del protagonista. Consiglio questo libro a chi ama temi impegnati.

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    sandra

    15/02/2020 13:07:12

    Dopo tanti bellissimi romanzi, stavolta Ghosh è una delusione. Nel libro c'è il tema dei cambiamenti climatici con tutte le nefaste conseguenze, onore al merito all'autore che da sempre sostiene la causa ambientalista. Ma la storia è un susseguirsi di avvenimenti frenetici che - guarda un po'- si incastrano tutti alla perfezione con un'antica leggenda bengali, con condimento di voli aerei intercontinentali presi sempre all'ultimo minuto, incontri 'casuali' e un po' di folclore accademico. E chissà, forse a un non italiano risultano meno faciloni i riferimenti a Venezia e al partito populista. E' brutto dirlo, ma mi ha fatto venire in mente il meccanismo del 'Codice da Vinci', che però non aveva alle spalle uno scrittore raffinato come Ghosh.

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    Francesco

    08/01/2020 15:03:20

    Amitav Ghosh è uno dei miei autori preferiti di cui apprezzo, in particolare, la fluida scrittura, la profonda conoscenza storica e la costante attenzione ai problemi del nostro tempo. Quest'ultimo suo libro ha come sfondo gli sconvolgenti cambiamenti climatici e la tragedia-necessità delle migrazioni che caratterizzano la nostra epoca. Da par suo Ghosh ci offre una storia che spazia nel tempo e nello spazio, facendo incrociare tra loro storie personali e vicende universali; uomo e natura; visioni razionali della realtà e aperture a uno sfuggente Oltre. Il finale è spumeggiante, è un continuuo strepitio di fuochi d'artificio ma, almeno a chi scrive, ha lasciato un senso di non concluso, forse intenzionalmente voluto, che non incontra pienamente il mio sentire.

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«Lo sanno tutti cosa bisogna fare se si vuole che il mondo continui a essere un posto vivibile, […]. Vediamo accadere attorno a noi cose mostruose e sconvolgenti, e distogliamo lo sguardo».
Un’antica leggenda indiana intreccia il passato con il presente.
Un ricco mercante in conflitto con Manasa Devi – la mitologica dea dei serpenti – traspone in una metafora lo scontro contemporaneo tra natura e profitto.
Il viaggio del protagonista del romanzo è un pretesto per dare potenza al grido d’aiuto di chi subisce gli abusi del nostro tempo: dai migranti alle popolazioni sottoposte agli effetti dei cambiamenti climatici. Dai diritti fondamentali dell’uomo calpestati, fino allo stupro di madre terra per mano di chi dovrebbe rispettarla e gratificarla per la sua ospitalità. La questione ambientale è uno dei fulcri della letteratura di Ghosh, su cui già si era soffermato con La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (Neri Pozza, 2017). 
«Hai mai sentito parlare di zone morte oceaniche? […] sono distese d’acqua con un contenuto d’ossigeno bassissimo, troppo basso perché i pesci possano sopravvivere. Queste zone sono aumentate con una rapidità vertiginosa, principalmente a causa dei residui dei fertilizzanti chimici».
I danni ambientali irreversibili e le associazioni a delinquere internazionali che speculano sulla pelle della povera gente vengono denunciati dal Bangladesh fino all’Italia, passando per gli Usa. Il dito è puntato contro i dalal, procacciatori di migranti nelle terre povere di India e Bangladesh e verso le mafie che si arricchiscono mercificando gli esseri umani:
«…in passato contrabbandavano droga, armi e roba simile. Ma ora è molti più redditizio contrabbandare esseri umani, e anche più facile, perché i trafficanti sono legati alle tribù del Sahara, che gli procurano rifugiati dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia e dal Sud Sudan».
Ma Ghosh non è avvezzo ai luoghi comuni e dimostra di avere un quadro del problema completo e informato:
«La mafia ha rapporti molto stretti col crimine organizzato in Nigeria, Libia ed Egitto. Fa entrare illegalmente le persone nel paese e poi le costringe a lavorare nei campi o nei cantieri. […] Per la mafia i migranti e i rifugiati – e in generale tutto il cosiddetto sistema di accoglienza italiano – sono un affare redditizio, una gigantesca vacca da mungere».
Ghosh confeziona un romanzo di denuncia sociale sulle orme di Silone e Dickens. Ma la sua scrittura è fresca e contemporanea permettendo al romanzo di scorre veloce fino all’epilogo.
Poco importa se nella parte centrale la tensione si allenta, la struttura è solida e le rivelazioni finali ci lasciano con una profonda amarezza condita da tanta speranza. Ghosh ci commuove e ci tende una mano con un atto di umanità e accoglienza che rivela un sogno di fratellanza. «E cos’è un sogno se non una fantasia?».

Recensione di Alberto Clementi

In un’antica India leggendaria, Bonduki Sadagar, il mercante di fucili, s’inimica la dea Manasa Devi rifiutando di diventare suo devoto. Furibonda, la dea non gli concede un solo attimo di pace: signora e padrona dei serpenti, tramite le sue creature inizia a perseguitare il ricco mercante, costringendolo alla fuga. L’uomo crede di riuscire a trovare pace sull’Isola dei fucili, dove si dice non esistano serpenti, ma Manasa Devi riesce a raggiungerlo comunque. La sua fuga disperata lo spinge tra le grinfie dei pirati, che lo conducono sull’Isola delle catene per venderlo come schiavo. Pur di essere liberato, il ricco mercante promette alla dea di diventare suo devoto e di costruire per lei un tempio in Bengala.

In un’India a noi più contemporanea, l’antiquario Dinanath Datta (o Deen, o Dino, a seconda di quale diminutivo si adatti meglio al contesto linguistico), viene casualmente a conoscenza della leggenda di Bonduki Sadagar quando il tempio da lui creato sembra essere ormai prossimo alla scomparsa, schiacciato da inondazioni e alluvioni. Deen intraprende un percorso nei misteri della leggenda, spinto più dalla pressione delle persone che lo circondano che da un genuino interesse individuale, arrivando ben presto a cambiare prospettiva sul mondo e a scoprire realtà nuove e misteriose.

Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, le vicende si concentrano in India, in un clima esotico e orientaleggiante, fatto di credenze e usanze a noi lontane – un’India ruvida e genuina, in cui perfino Deen, da anni ormai trasferitosi a Brooklyn, non si riconosce in molte pratiche locali. Eppure è comunque un’India vera, in cui gli stereotipi vengono ribaltati dal costante sottolinearsi dell’onnipresente abilità, anche tra e le fasce meno abbienti della popolazione, di maneggiare Internet e di adattarsi all’ideale diffuso della cultura americana.

La seconda parte del romanzo è ambientata invece a Venezia, dove gli stessi personaggi che sembravano sospesi nel fascino esotico dell’India più arcana vengono trasportati nella cruda realtà dell’Europa contemporanea. Da umili pescatori nelle terre del Bengala a immigrati clandestini nell’Italia odierna, passando per il traffico degli scafisti, le rotte dei migranti nelle calde terre africane e i viaggi sui barconi.

Nella figura di Deen, indiano occidentalizzato, emerge quella che sembra essere l’ombra dell’autore, anch’egli di origini indiane, ma emigrato in America per motivi di studio. L’immenso bagaglio culturale di entrambi, autore e personaggio, viene ripetutamente sottolineato: per risolvere il mistero della leggenda, Deen recupera gli studi dell’antropologo italiano De Martino sul tarantismo, figure del passato come Pietro e Ambrosio Bembo, spazia da analisi linguistiche a riflessioni antropologiche, dalla storia di Venezia alle abitudini dei cetacei. Nessuna informazione è lasciata a sé stessa e sono tutte indispensabili per comprendere il segreto del mercante dei fucili.

Qual è quindi questo segreto? La storia della dea è vera oppure no? Esistono delle forze superiori che muovono gli eventi o è tutto riconducibile alla realtà scientifica? Il romanzo non giunge a nessuna risposta, anche se questo dubbio assilla il protagonista fin dall’inizio. Le sue certezze oggettive vengono incrinate dal ripetersi di episodi apparentemente inspiegabili – e che difatti rimarranno oscuri fino all’ultima pagina –, nonostante la leggenda del mercante di fucili verrà sempre più facilmente ricondotta a quella ben più realistica di un migrante sfortunato del XVII secolo. Alcuni elementi paranormali servono a sollevare delle riflessioni sulla possibile veridicità delle credenze spirituali che sottendono i miti, altre invece sono puramente casuali e inutili ai fini della trama.

L’isola dei fucili affascina con la sua atmosfera esotica e grazie alla capacità dell’autore di recuperare alcuni temi oggi particolarmente sensibili, come l’immigrazione e la reazione conservatrice dei governi di destra, ma anche i profondi e distruttivi cambiamenti climatici che sembrano scombussolare il mondo intero. Eppure la costruzione narrativa della storia presenta alcune importanti pecche, che rallentano e talvolta impoveriscono la lettura.

Uno dei tratti dominanti del romanzo è la tendenza a presentare un’infinità di regressioni non sempre utili alla storia principale. Interrompono la narrazione e spesso non conducono ad altro che a un rapido excursus sulla vita di personaggi minori. Molti di questi inoltre vengono gestiti con superficialità: l’autore ricorre facilmente a figure stereotipate, connesse da relazioni prevedibili e poco profonde. Una serie di fastidiose e ridondanti pecche che nel complesso rovinano un romanzo altrimenti accattivante e ben costruito.

Recensione di Anja Boato

  • Amitav Ghosh Cover

    Scrittore, giornalista e antropologo indiano. Ha studiato a Oxford e vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (la Repubblica), è autore di numerosi libri di cui si citano: Il cerchio della ragione (Garzanti, 1986), Le linee d’ombra (Einaudi, 1990), I fantasmi della signora Gandhi (Einaudi, 1996). Per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, 2015), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007), Il cromosoma Calcutta (2008), Mare di papaveri (2008, 2015), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009), Il fiume dell'oppio (2011), Diluvio di fuoco (2015), La grande cecità (2017), L'isola dei fucili (2019). Approfondisci
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