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Thomas Pynchon

Traduttore: M. Bocchiola
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 203 p. , Brossura
  • EAN: 9788806178765
Proposti in una nuova traduzione, i cinque racconti che compongono questo testo si presentano di sicuro interesse per gli estimatori dell'autore di romanzi fondamentali del Novecento come V e Gravity's Rainbow. Il taglio della raccolta è del resto, come annunciano sia il titolo in traduzione sia quello, leggermente più autocritico e ironico, in lingua originale (Slow Learner), di dichiarata riconsiderazione delle opere giovanili dell'autore alla luce dei suoi esiti più maturi. È questo anche il senso della lunga introduzione che Pynchon stesso offre ai lettori e che forse rappresenta, più dei racconti stessi, la chiave per fruire della raccolta come di una sorta di laboratorio di scrittura, ricco di indicazioni "rispetto a certe pratiche da cui forse ai giovani scrittori non spiacerà guardarsi". Lo sguardo di Pynchon su questi primi tentativi letterari è in effetti sospeso fra la critica impietosa e una certa tenerezza, e sincero nell'ammettere goffaggini, falsificazioni e anche palesi errori dettati dall'entusiasmo giovanile e dalla ingenua osservanza del "motto 'fanne letteratura'". Al di là di questo, i racconti sono ricchi di quegli spunti che Pynchon svilupperà nei ben più articolati e complessi impianti narrativi dei suoi romanzi, a partire dal fondamentale concetto di "entropia" che dà il titolo al terzo racconto, fino all'intreccio spionistico di Sotto la rosa, che l'autore riprenderà parzialmente in un capitolo di V. Proprio a Entropia Pynchon riserva tuttavia le critiche più severe, osservando come il racconto parta dal presupposto sbagliato della dimostrazione di un'idea astratta, e rimanga per questo incapace di cogliere davvero l'elemento umano nella rappresentazione. Queste riflessioni, unite alla dura autocritica nei confronti di un lavoro sul linguaggio all'epoca ancora acerbo e impreciso, forniscono l'elemento più prezioso del testo, che dà modo di riflettere, con l'esempio concreto dei racconti, sul lungo processo che porta un autore al raffinamento della propria tecnica. Pynchon ci ricorda infatti come, in opposizione ai ritmi frenetici della produzione, anche artistica, contemporanea, la scrittura debba inevitabilmente rimanere un processo lento e meditato, un lavoro potenzialmente infinito che evolve grazie a una seria autocritica e al costante tentativo di superare i propri limiti. Teresa Prudente

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    vittorio caffè

    17/11/2007 09.04.33

    Ogni volta che esce qualcosa di Pynchon sui giornali scrivono parecchie cose che evidentemente sono il prodotto di qualcuno che il libro non se l'è letto. Non dicono mai che Pynchon, per esempio, è uno scrittore che ha un'immensa vena comica, spesso molto semplice e diretta; che scrive maledettamente bene; che ha incrociato il romanzo con le comiche e i cartoni animati; che non è solo uno scrittore per intellettuali contorti. Per cui, quello che posso dire è, provate a leggere questi racconti, che sono un po' meno densi dei suoi romanzi, per quanto anche essi siano strani. C'è la storia di uno strano intrigo di spie al Cairo ai primi del novecento, che però pare filmato da Charlie Chaplin. C'è il racconto di una festa di quelle che finiscono tutti ubriachi (molto attuale), che però sotto sotto parla anche di scienza. La storia di uno che vive in una discarica (ancora più attuale). La storia dell'amicizia di alcuni ragazzini bianchi con un ragazzino nero in un quartiere che sembra emancipato e tollerante (sembra, come sembrava l'Italia finché non sono arrivati gli stranieri per davvero). Insomma, sono storie e sono belle storie, sono racconti affascinanti, e le chiacchiere astruse lasciamole a quelli che recensiscono i libri senza neanche averli letti, figuriamoci capiti, figuriamoci amati.

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