Non lasciamoli soli. Storie e testimonianze dall'inferno della Libia. Quello che l'Italia e l'Europa non vogliono ammettere

Francesco Viviano,Alessandra Ziniti

Editore: Chiarelettere
Collana: Reverse
Anno edizione: 2018
Pagine: 208 p., Brossura
  • EAN: 9788832960648

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Argomenti d'interesse generale - Problemi e processi sociali - Rifugiati e asilo politico

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Descrizione
Il grido di dolore di migliaia di migranti che chiedono di non essere abbandonati. Ecco le testimonianze di alcuni sopravvissuti, vittime e carnefici. Un abisso di disumanità a pochi chilometri dall’Italia.

“In quarant’anni di carriera non ho mai visto niente di simile.” - Ilda Boccassini, magistrato

“Il mio compito in Libia era quello di recuperare i cadaveri dal mare e seppellirli. Non avevo scelta. In due anni ne ho contati tremila. Ho finito per farci l’abitudine.” - Ahmed, 19 anni, nigeriano

Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono sentire e vedere emerge in maniera drammatica dalle testimonianze raccolte da Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, due giornalisti che da anni portano all’attenzione dell’opinione pubblica una situazione che non può più lasciarci indifferenti. Gli accordi stipulati dal nostro governo con quello di Tripoli e con le tribù locali hanno ridotto gli sbarchi ma hanno intrappolato in Libia centinaia di migliaia di migranti, ridotti a schiavi e soggetti a ogni tipo di tortura. Donne e bambine violentate, costrette a prostituirsi, giovani in fuga dai loro paesi e trasformati in torturatori crudeli, assenza di qualsiasi diritto. L’inferno esiste, ed è in Libia. I racconti di questo libro arrivano da coloro che sono miracolosamente riusciti a sfuggire ai lager libici, e in alcuni casi a individuare i loro torturatori e ad assicurarli alla giustizia italiana. Ma non c’è giustizia che possa riscattare chi ha perso qualsiasi dignità. Dobbiamo fermare questa tragedia, non favorirla contrastando chi in ogni modo cerca di contenerla, come le organizzazioni umanitarie che, accusate addirittura di accordi con i trafficanti, sono costrette in buona parte a ritirarsi, lasciando campo libero alla guardia costiera libica, che riporta nei lager gli scampati alla morte in mare. Un incubo senza fine. Nonostante l’encomiabile impegno della nostra marina militare, che da anni si prodiga per salvare quante più persone possibile.
Con un intervento di Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa.

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Hamed, Segen, Ahmed, Samir, Abbas, Sahel, Herina, Maryam, Milet, Osedyane, Albayomi: sono i nomi dei ragazzi le cui storie vengono raccontate in questo libro. Sono dei ragazzi, alcuni adolescenti, gli altri ventenni o poco più (...). Il dibattito pubblico, è talmente focalizzato, su se e chi debba accoglierli, per distribuirli in quali proporzioni, che le emozioni provocate da un libro come questo possono concederci l’opportunità di tornare ad essere società civile e di ritrovarci intorno a un imperativo minimo e possibile: non lasciamoli soli (...).
Si raccontano storie di violenze e di riduzione in schiavitù. Il pericolo, per questa nuova generazione di migranti, non viene solo dal mare. Non sempre i viaggi vanno a buon fine. Ci si può imbattere in trafficanti e si diventa merce umana: merce di scambio, da vendere come forza lavoro o da rinchiudere, fin tanto che non si ottiene il pagamento di un riscatto. Il viaggio si trasforma. Se non sei in grado di reggerlo un colpo di pistola mette fine alla tua storia lasciandoti nel deserto. Se arrivi a destinazione non sai ancora cosa ti aspetta. Il libro ce lo racconta, con una crudezza indispensabile. Segen non ce l’ha fatta, è morto di stenti poco dopo il salvataggio. Gli altri sono sopravvissuti e raccontano. Sono tremende le storie di tutti, non può esistere una graduatoria del dolore.

Ma lo sconcerto è totale quando si legge della violenza consumata dapprima ai danni di una donna, davanti agli occhi della figlioletta di quattro anni e poi su quest’ultima. E l’orrore non è ancora finito: l’esito sarà ancora più estremo. Anche dei nuovi campi di detenzione ci sono dei nomi: Beni Walid, il Ghetto di Alì, Berk. E forse un giorno questi luoghi diverranno famosi, quando abili registi sapranno ricostruire e raccontare, lasciando gli spettatori con le solite, ricorrenti domande: ma com’è stato possibile? Dov’era la gente? Perché nessuno ha impedito questo orrore? Sono storie di razzismo, perché c’è sempre qualcuno con la pelle più nera. Ma sono, soprattutto, storie di criminalità organizzata, anch’essa globalizzata (...).
Le storie di chi parte non sono solo storie di violenza. Il libro ci racconta anche di Mohammed e Ahmed, che su un piccolo gommone ci sono saliti da soli, affrontando il mare aperto, per portarsi dietro il fratellino Alì, con la flebo attaccata al braccio, nella speranza di trovare in Europa una cura adeguata alla sua grave malattia. Solo le Ong presenti hanno potuto salvarli dalle onde. E davanti a questa storia ti chiedi che senso possa avere il violento attacco sferrato proprio contro le Ong e che senso possa avere distinguere tra migranti economici e rifugiati politici. Eppure questo è diventato il linguaggio dominante. (...)

Recensione di Marisa Meli