Ti prendo e ti porto via

Niccolò Ammaniti

Editore: Mondadori
Anno edizione: 1999
  • EAN: 9788804468240
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Recensioni dei clienti

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    GIOVANNI

    15/04/2016 17:35:40

    Vi è mai capitato di leggere un libro e di ridere talmente tanto che dalle altre stanze vi chiedano se va tutto bene? Di svegliarvi al mattino e di pensare per prima cosa a Graziano Biglia o a Pietro Moroni? Di uscire dal lavoro e di voler andare diretto a casa per continuare a leggere? Per me è stato così e non so se mi è mai capitato di divertirmi così tanto leggendo un altro libro, triste, ingiusto, esilirante e folle come gli abitanti di Ischiano Scalo.

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    mile

    02/02/2016 18:04:41

    Ti prendo e ti porto via coinvolge e prende con la sua verità e il suo realismo, raccontando in modo impietoso un mondo difficile, i cui i personaggi sono delineati con precisione e chiarezza estreme. Il piccolo paese, le condizioni senza via di uscita del giovanissimo Pietro, i bulli, lo squallore di un playboy in declino, la disperata solitudine di una professoressa si intrecciano in una narrazione forte e profondamente pervasa di umanità che lascia amarezza, disillusione e tristezza. E' la vita, quella di persone di carne e sangue che ti restano addosso anche a distanza di tempo. Un bel romanzo da consigliare senz'altro, che descrive con un linguaggio immediato, intenso e scorrevole una vicenda e i suoi protagonisti senza cedere ad alcuna forma di buonismo e di retorica.

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    Luca

    20/12/2015 22:44:17

    Senza dubbio il miglior romanzo di Ammaniti. Emoziona, commuove, fa incazzare e diverte. Lo leggi e lo rileggi con estremo piacere.

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    giovanni

    24/08/2015 12:49:27

    folgorante!!

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    Mario

    06/11/2011 19:34:59

    Beh il personaggio del Biglia e le descrizioni del paese da sole valgono la lettura. Piacevole ed avvincente, forse un po' noir sul finire.

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    Benedetta

    09/12/2008 09:55:37

    Un romanzo che sembra un film, ambientato in un'Italia sanguigna e paesana, narrato con stile fluido, intriso di ironia caustica e amara. Impossibile staccarsi da queste pagine fino alla conclusione extraviolenta e nichilista.

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    mario fontana

    16/10/2008 15:55:33

    Semplicemente, raccontare la vita. Meraviglioso!

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    amico riccardo

    08/01/2008 21:40:28

    Ho letto quasi tutto di ammaniti e posso tranquillamente affermare che questo è il suo miglior lavoro.E' un libro fantastico, mai scontato, a tratti travolgente.

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    l-paoletto

    04/01/2008 19:52:42

    Molto bello, non ha nulla da invidiare a come dio comanda.Stupendo.Ti lascia un senso di tristezzaed anche di speranza.Da Leggere

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    EDDY

    13/02/2007 20:18:45

    sto leggendo questo libro, e devo dire che è proprio un bel libro. la trama è avvincente, e ben costruita,e la narrazione un pò diversa dal precedente libro di Ammaniti 'io non ho paura'. devo dire ke mi preso molto, tanto ke penso ke domani farò vela per godermi le ultime pagine.

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    Tigre

    13/12/2006 15:08:05

    In ogni suo libro Ammaniti ha la capacità di incollarti al libro con un modo di scrivere accattivante. A livello personale, ritengo che con questo libro abbia quasi raggiunto la perfezione. Complimenti

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    egidio

    29/11/2006 21:10:11

    ho conosciuto Ammaniti con questo libro.è stata una meravigliosa scoperta,la trama intrigante e i continui flash back tra i personaggi ,descritti tra l'altro in modo veramente minuzioso mi hanno fatto riscoprire il vero piacere della lettura. Veramente bello.

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    Scalza

    18/04/2006 14:43:31

    Capita di cominciare la lettura di un libro, poi lo posi e lo accantoni e lo riprendi dopo un bel po' di tempo. Magari lo ritrovi con un cm di polvere e dirai "ma com'è finito in quest'angolo?" Ecco, tutto questo non può accadere col libro di Ammaniti. Già dalle prime pagine ti scopri a guardare con occhio compassionevole, o censorio, i personaggi. Ti scopri imprigionata nella sua trama coinvolgente e, senza quasi accorgerti, hai fatto le 5.00 del mattino. Quando un libro dà questi "effetti collaterali" lo si può definire davvero bello.

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    Olessia

    28/12/2005 20:34:30

    un romanzo meraviglioso che ti tocca da vicino, che ti prende subito e porta via dalla vita quotidiana. E nello stesso momento ti fa pensare ai paesini visti (o vissuti) dovè sono i suoi Moroni, Pierini, il Biglia...(e questi paesini si trovano in tutto il mondo!) Complimenti allo scrittore per la lingua così ricca di metafore e delle parole vivace che riesce a capire anche uno straniero...

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    Andrea72

    26/12/2005 11:06:08

    TI PRENDO E TI PORTO VIA è uno dei libri di narrativa italiana più freschi, veloci, ironici, amari che abbia mai letto.E' uno di quei libri che avendone il tempo lo si legge in un giorno, per la bellezza della trama, per lo stile semplice, ammaliante e colloquiale con cui Ammaniti prende per mano il lettore, per le tante storie che si intrecciano, per il divertimento presente in molte pagine e per i personaggi splendidi che sono presenti.La voce narrante che si rivolge al pubblico qui è funzionale alla trama, è come una mano che prende i tuoi occhi e li conduce con ironia in mezzo ai personaggi, in mezzo ai luoghi, in mezzo alle vicende narrate, non per semplificare qualcosa ma per permettere al lettore di avere una confidenza maggiore con tutto l'insieme, con l'intero libro.Due cose nello stile di Ammaniti mi sono piaciute sopra le altre, il suo inserire i pensieri dei personaggi in corsivo, tra un dialogo e l'altro, tra una descrizione e l'altra - soluzione che ha permesso di snellire molte pagine e di aggiungere momenti davvero divertenti – e descrivere i vari personaggi raccontando qualche aneddoto collegato a loro dopo alcuni capitoli che già erano comparsi, proprio quando si sente l'esigenza di sapere qualcosa di più della loro vita.I personaggi sono davvero tutti molto belli, tirati quasi al limite probabilmente, ma molto vicini agli stereotipi che si trovano nelle varie realtà dei piccoli paesi.Solo una cosa mi ha lasciato un po' perplesso, ed è stato il finale, non l'epilogo ma la parte finale che ha portato ad esso.Sottolineo, però, come questa punta di amarezza sia ingigantita solo dal contrasto con il piacere con cui ho letto l'intero libro, è stato come sedersi a tavola e godere di un pranzo buonissimo ma rimanendo un po' delusi dal dolce, piatto che ha solo leggermente abbassato il mio giudizio ma che non ha inficiato nella sua interezza il mio apprezzamento per una lettura piacevolissima, divertente e che non lesina situazioni amare e spunti di riflessione in alcuni momenti della storia.

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    Rob

    21/09/2005 18:52:14

    semplicemente bello.Letto con adeguata concentrazione il lettore riesce a proiettarsi nell atmosfera di ischiano scalo.I personaggi sono molto profondi e dalla psicologia complessa e al tempo stesso realistica.

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    Romano De Marco

    01/08/2005 12:15:49

    Ammaniti, chissà perché, me lo immaginavo diverso come narratore. Non avevo mai letto nulla di suo. Bene, è un libro che in effetti si lascia leggere tutto d’un fiato. Due storie parallele che si ricongiungono a sorpresa nel finale con un colpo di scena niente affatto banale. Ho apprezzato moltissimo la prosa ironica dell’autore che scorre lieve senza tralasciare momenti molto forti e drammatici, e riesce spesso a divertire in maniera genuina con alcune caratterizzazioni davvero azzeccate (fra tutte quella del “coatto” Graziano Biglia). Un libro divertente, ben scritto e, soprattutto, ben congeniato, non scevro però da alcuni difetti che mi hanno un po’ infastidito e che mi impediscono di considerarlo quel capolavoro di narrativa (sempre entro i dovuti limiti) che ad altri è parso. La parte riguardante il ragazzino Pietro Moroni non mi convince del tutto. Ritengo che scrivere sugli adolescenti sia un il più delle volte un espediente che gli autori utilizzano per applicare alla narrazione dei facili meccanismi di semplificazione e/o di amplificazione della realtà, dei sentimenti, dei contesti, esplorando arbitrariamente un universo (quello dei ragazzi) che andrebbe trattato con maggior rispetto, cognizione di causa e realismo. Nella falsa “dura realtà quotidiana” del ragazzino Pietro Moroni troppi stereotipi e troppe furbate da scrittore navigato. Tutto pare già scontato e ogni segmento narrativo che lo riguarda porta verso un esito che appare più che telefonato. Questo registro viene parzialmente contraddetto nel finale forte e (almeno apparentemente) originale. Al di la di queste che sono comunque considerazioni del tutto personali, posso dire di aver scoperto, con questo libro, un grande narratore che riesce a intrattenere ed anche a stimolare qualche riflessione interessante raccontando (finalmente) una storia. Non mi pare affatto da sottovalutare.

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    Mitla la Diablera

    30/07/2005 11:15:29

    l'ho letto praticamente in un giorno durante 36 ore in guardia turistica senza pazienti. le lacrime le ho trattenute, ma scappavano sul serio!!! E' l'unico libro di Ammaniti che ho letto (di 2non ho paura" ho visto il film)ma mi ha colpito perchè come hanno già detto latri sembra di avere visto nelle nostre provincie questi personaggi che ci fanno ridere ma a pensarci bene sono tristi e pure un po' squallidi. E noi stessi spesso non siamo da meno. personalmente l'ho visto in contrapposizione con "io non ho paura": qui tutti hanno paura di qualcosa. Di reagire, di vivere, di prendersi la responsabilità di vivere pensando anche al male che si può fare agli altri!!!bellissimo, da 24 ore mi gira in testa solo la canzone della Bertè e mi sento così triste....

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    Melissa

    19/07/2005 11:29:37

    Mi è piaciuto parecchio, l'ho letto in un soffio, scorrevole, facile, ben scritto. L'amore visto con gli occhi di un adolescente e quelli di un adulto...istinto e sentimento.

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    lina

    25/05/2005 10:00:03

    Ammanniti con questo libro ci ha descritto 2 società apparentemente diverse, ma in se stesse uguali! da una parte c'è il bambino, con genitori retrogradi, poveri, materialmente e culturalmente, dall'altra una persona povera di spirito, di forza(si fa raggirare da una ventenne), forse è questo che Amanniti ci vuole sottolineare, il playboy arriva troppo tardi per recuperare...e il bambino scapperà da quella società che sa che lo distruggerà

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recensioni di La Porta, F. L'Indice del 1999, n. 10

"… mezzo morto e acciaccato come una formica a cui è finito in testa un vocabolario…". Bisogna riconoscere a Niccolò Ammaniti almeno di avere rinnovato il repertorio di similitudini cui attinge il nostro immaginario letterario. E a ben vedere anche certa sua assenza di scrittura, in un paese pieno di squisiti prosatori d’arte, si rivela funzionale a una vocazione di incontenibile storyteller, che si è nutrito ugualmente di echov e Stephen King, di Salinger e cartoni della Warner Bros.

La scrittura, nelle pagine di Ti prendo e ti porto via, più che non esserci non si vede, diventa quasi trasparente, e ciò rappresenta la virtù di un narratore che intende soprattutto costruire universi affollati di personaggi e storie intrecciate (essenzialmente qui due storie parallele di coppie, di diversa età, che si incontrano solo per un attimo, e intorno a loro una moltitudine di comprimari e caratteristi). Accennavo alla proliferazione di traslati e poi all’uso anche molto divertente dell’iperbole, quasi a marcare continuamente una viscerale identificazione dell’autore con la propria generazione, direi su un piano retorico. Non tanto quindi l’uso manieristico dei tic dello slang giovanile, alla Brizzi (forse più dotato stilisticamente ma più sterile dal punto di vista narrativo), quanto l’attenta restituzione di un universo del discorso capace di esprimere in filigrana la verità più nascosta (e involontaria) dell’inconscio generazionale. Quando la Uno turbo Gti viene definita "bara motorizzata che filava come una Porsche, beveva come una Cadillac e si accartocciava come una lattina di cocacola", o quando leggiamo "sentiva il suo sguardo passarle addosso come uno scanner" abbiamo la sensazione che la pagina di Ammaniti si diverta a mescolare suggestioni diverse per trasmetterci uno stile (del pensiero, dell’esistenza) che appartiene all’epoca: Topolino e Gypsy King, Poirot e Herman Hesse, narrativa di genere, microleggende metropolitane, commedia all’italiana, classici letterari rimasticati, aforismi postmoderni… Se dovessi indicare dei modelli autarchici (a parte i riferimenti extraletterari, più o meno trash, dal fumetto ai B-movies) citerei Sandro Veronesi (per l’ironia metanarrativa un po’ settecentesca: "Ci si potrebbe chiedere che diavolo ci facesse Erica…") e Andrea De Carlo (accentuata visività, stile paratattico e periodare staccato). Ogni tanto la narrazione viene inframezzata da digressioni scientifiche, in cui perlopiù si parla di zoologia (ma non solo: c’è un passo molto accurato sulla definizione del concetto di ansia): dunque, ad esempio, il comportamento dei licaoni o dei lamantini (gigantesca e obesa foca albina), che serve a descrivere metaforicamente comportamenti e dinamiche dei personaggi. E anche qui si sentono tanto Piero Angela e "Quark" metabolizzati da un adolescente con fantasia. Ritornano poi certe costanti dell’autore, il dettaglio crudo e iperrealistico (il rumore della cartilagine del setto nasale spezzato – lo stesso dei denti che affondano in un Magnum Algida –, o anche la corazza della tartaruga distrutta a martellate) e il comico-grottesco-sentimentale.

Si è detto della maestria con cui l’autore sa governare una narrazione multistrati, ben diversa e più impegnativa dei racconti precedenti e dell’opera d’esordio. Eppure lungo le oltre quattrocento pagine di un romanzo corale così godibile il ritmo a volte si attenua, tradisce qualche stanchezza. Come mai? A lasciare perplessi è forse il punto di vista del narratore: "Alima, diciamocelo pure, non era Miss Africa…". Già, ma chi sta parlando qui? Chi è questo narratore onnisciente e un po’ dispotico, che orchestra con perfezione quasi spietata la miniepopea del paesino maremmano di Ischiano Scalo decidendo pause, colpi di scena, coincidenze, e che si mostra però così vicino ai suoi stessi personaggi da condividerne in modo imbarazzante gusti e umori? Una complicità che dà un senso di déjà vu, di giochino un po’ risaputo e replicabile all’infinito.

Letteratura di (buon) intrattenimento? Possibile best-seller di qualità? Categorie qui non improprie. Temo però, riconoscendo ad Ammaniti tutto il suo (raro) talento affabulatorio, che anche per intrattenere non basti lo scialo di storie e personaggi e destini, né un tocco finale di tragico (in verità esteriore) che si aggiunge per dare più peso a un’iniziazione fatta quasi solo di aneddoti: occorre soprattutto un’attitudine a interrogare caparbiamente e a fondo questi destini (senza pretendere di risolverli), perfino una capacità (da parte del narratore-demiurgo) di lasciarsene sopraffare ogni tanto.