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recensione di Ruffolo, G., L'Indice 1993, n. 3

Questo è un libro sorprendente, perché l'autore, non avendo mai conosciuto personalmente Federico Caffè, ne offre un ritratto di una immediatezza, vivacità, verità eccezionali. È questo il dono del grande biografo. Per quanto modestamente, posso testimoniare. L'ultima volta che vidi Federico Caffè parlammo della biografia di Keynes, scritta da Skidelski. La stava traducendo, ma di mala voglia. Il suo eroe gli si presentava sotto un aspetto sgradevole, perturbante. L'aspetto dionisiaco, così lontano dalla puritana austerità e dall'intransigente pudore di Caffè. Eppure, leggendo dopo quella biografia, nel motto dissacrante di JMK (prima l'amore, poi, a distanza l'economia politica) ho trovato un analogia profonda.
Federico Caffè era tutto, tranne che un economista arido. Era colmo di passione. Sublimata nella solidarietà sociale. Riversata nell'amore per i suoi studenti. Rivendicata nelle indignazioni prorompenti, nelle impennate di un grande orgoglio, rivestito di esagerata modestia. Ferita nelle frustrazioni, nelle delusioni delle attese degli altri, in quella sensitiva vulnerabilità che metteva spesso a disagio i suoi interlocutori: anche, e soprattutto, gli amici. Ho avuto con Caffè un rapporto di amicizia vera, ma riguardosa: che mi ha precluso la confidenza, la familiarità, la continuità e anche la conflittualità. Credo che ci unisse più la solidarietà culturale e civile che la politica economica. Caffè era un riformista estremista. In lui, l'etica della convinzione coincideva con l'etica della responsabilità. Rifiutando ostinatamente e coerentemente la parte di consigliere del Principe (tranne che agli inizi della sua carriera, quando tutte le speranze erano consentite) e tutti i vantaggi più o meno effimeri del potere, poteva ben permettersi di non subire l'inevitabile entropia dei principi, che chiunque eserciti anche un piccolo ruolo subisce. Quando l'orizzonte si restringe, non dall'utopia alla realtà, ma dal possibile complesso al praticabile immediato, è inevitabile che la bilancia penda in senso sfavorevole agli ideali di equità, giustizia, solidarietà. Tutti i riformisti impegnati hanno subito questa degradazione dei principi rispetto ai freddi vincoli dell'azione.
Le politiche dei redditi colpiscono per primi gli operai. Quelle di risanamento finanziario i tartassati. Le politiche di rilancio economico favoriscono per primi i ricchi e i potenti, e le politiche di contenimento e di rigore penalizzano per primi i poveri e i deboli. La bilancia della giustizia, nelle economie capitalistiche, è tarata perversamente. D'altra parte, affidare la bilancia al Politburo non si è rivelata una buona idea. Tra queste due iniquità si dibatte il riformismo. Ci sono però vari modi di vivere questo dramma. Ci sono i riformisti spartani. Stringono le mascelle e indicano indefettibilmente la strada delle lacrime e del sudore (non del sangue). Nel corso del mio impegno politico mi è toccato spesso di combattere dalla loro parte. Esempio: il referendum sulla scala mobile. Fatto il possibile per evitare la spaccatura ho scelto - contrariamente a Caffè - per il NO. Non ne sono pentito. Ma l'ho fatto, e lo faccio, lo confesso, con una dose modica (spero) di cattiva coscienza, per due ragioni.
Primo. Mi pare che, ad essere spartani e rigorosi, molti ci mettano, magari inconsapevolmente, una dose non modica di aggressività. Tra questi si distinguono, di solito, gli ex rivoluzionari intransigenti. Si direbbe che ci sono persone che dispongono di una dose fissa di aggressività. Dopo averla investita per tanto tempo contro il capitalismo, la rivolgono, con eguale intensità, contro la sinistra.
Secondo. Questo vale anche per me. Perché è facile discettare di sacrifici con un buono stipendio. Con buoni salotti da frequentare. Con buoni libri da leggere.
Capisco che Caffè apparisse a molti obsoleto e fastidioso: prima di tutti, a se stesso. Si racconta di Gandhi la storiella del ragazzo diabetico, che continuava a mangiare dolci. La madre pregò il Mahatma di riceverlo per persuaderlo a smettere. Gandhi accettò, ma fissò l'appuntamento per tre mesi dopo. Quando puntualmente vide il ragazzo, lo persuase facilmente; ma, alla domanda della madre, perché avesse chiesto tanto tempo per incontrarlo rispose che, per chiedere al ragazzo di rinunciare allo zucchero, aveva dovuto provare a rinunciarvi lui stesso. Certo, la sua risposta può apparire iniqua. In sei mesi il povero ragazzo poteva tornarsene al Creatore. Ma è anche vero che le prediche sull'austerità sono più credibili se fatte da Caffè che da altri brillanti fustigatori dei costumi e dei consumi... degli altri. Come quei pseudo-ambientalisti che ci godono, alle bastonate fiscali, perché pensano che moriranno meno fringuelli; e non si accorgono che la povertà danneggia l'ambiente quanto l'opulenza. E che la responsabilità ecologica non può essere disgiunta dalla solidarietà sociale.
Debbo confessare di portarmi dietro un dubbio profondo. Diceva Meade: "Are these hardships really necessary?" Queste bastonate bisogna proprio darle? Siamo sicuri che questo rigore che spietatamente cade sulla povera gente sia un investimento per l'equità di domani, e non un premio all'ingiustizia di ieri e di oggi? Questo dubbio mi accompagna da quando ho smesso di fare il trockista, cioè da molto tempo. Dal tempo in cui frequentavo Caffè e ci divertivamo a fischiettare quiz musicali. E lui mi sfotteva amichevolmente per il mio trockismo.
Quando Caffè se la prendeva con la borsa, con la speculazione impazzita, e arrivava fino a proporre la chiusura delle borse, era poi così utopista? Un recente numero dell'"Economist" - un giornale che con il solidarismo sociale ha tanto poco a che fare, sino a risultare francamente odioso - descrive la follia della finanziarizzazione: la follia di un mondo alla rovescia nel quale non si finanzia per produrre, ma si produce per finanziare.
Tra etica della convinzione ed etica della responsabilità c'è, per me, un varco che credo non potrò mai colmare. La lotta per chiudere questo varco era l'utopia di Federico Caffè. Utopia: una parola che a Caffè piaceva. Si veda, nel libro di Rea, la citazione di de Finetti. Caffè conosceva perfettamente il testo di Tomaso Moro: che, a rileggerlo bene, ci si trova, insieme con qualche stravaganza, non il profilo di una società impossibile, ma il calco profetico dello Stato del Benessere.
Le frustrazioni che l'ampliarsi del varco tra utopia e realtà provocano in un riformista, Caffè le ha cristianamente - è proprio il caso di dirlo - sofferte e vissute personalmente, fino al sacrificio di sé, consumato nell'orgoglioso mistero del silenzio e della solitudine. Quella che La Pira chiamava l'attesa della povera gente, egli - a differenza di tanti economisti della buona coscienza - non poteva proprio sopportarla. Così ci ha lasciato con i nostri dubbi, e con la nostra cattiva coscienza. Meglio il dubbio, comunque, che le certezze stolide. "Sono convinto - sono sue parole - che sia compito dell'intellettuale quello di rimanere fedele al dubbio sistematico come appropriato antitodo alla riaffermazione intransigente di formule di cui spesso si finisce per essere prigionieri. La mia proposta non è stata, in definitiva, che un cauto invito a riflettere su quanto poco giovi un rifiuto ostinato al ripensamento come metodo di convivenza. Con sofferto vigore, lo si era affermato annotando [qui Caffè cita Montale]: Ah, l'uomo che se ne va sicuro... / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro".

recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1993, n. 3

Ermanno Rea, napoletano, giornalista, ebbe a vivere vent'anni fa - dopo la strage di piazza Fontana e la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli - la breve ma intensa stagione del movimento dei giornalisti democratici, che voleva difendere la libertà di stampa dalla repressione esercitata dentro e fuori le redazioni. Fece parte del gruppo di giornalisti, di diverse testate, che scrisse il libro "Le bombe di Milano", una cronaca dal vivo, ormai introvabile, di uno dei fatti più atroci e misteriosi nella storia dell'Italia repubblicana. Il capitolo di Rea, intitolato "12 dicembre", incominciava così. "Un grande silenzio: le tenebre avviluppano pian piano piazza Fontana, i lampi dei fotografi schizzano verso le nuvole che si addensano sempre più minacciose sulla città. Davanti al portone della Banca nazionale dell'Agricoltura i giornalisti non si contano. Siamo tutti lì a osservare il via vai delle barelle".
Con lo stesso stile, che rispecchia il lavoro del cronista - metodico, scrupoloso e paziente - Rea ha ricostruito l'ultimo periodo della vita di Caffè. L'economista scomparve nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987, all'età di settantatré anni, senza lasciare tracce. Era professore fuori ruolo di politica economica e finanziaria alla facoltà di economia e commercio dell'Università di Roma. Era diventato un "uomo guardingo", nel senso che si serviva della riservatezza, e della naturale timidezza, "come di uno schermo dietro il quale nascondersi". Quando fuggì, era anche "fisicamente debilitato", per cui non appariva in grado di affrontare lunghi percorsi; d'altronde nessun taxi andò a prelevarlo, nessun conducente di autobus lo ricorda. Il libro è scritto come un giallo: perché Caffè scomparve e che cosa accadde di lui, ecco gli interrogativi attorno ai quali si condensa la suspense. L'ipotesi del suicidio è stata tacitamente accettata dalla maggior parte delle persone che conoscevano l'economista, ma Rea prende anche in considerazione la possibilità che Caffè abbia scelto la segregazione tra le mura di un convento. Il sottosegretario della congregazione che si occupa degli istituti "di vita consacrata" ha spiegato a Rea che la Chiesa è disponibile a dare protezione a chi desidera isolarsi dal mondo, entrando come laico in una comunità di monaci o di eremiti: "è certo che nessuno saprà più niente di lui".
"L'ultima lezione" non è dunque una biografia, anche se ripercorre diversi momenti decisivi della vita di Federico Caffè. È la storia di un caso umano, che ha per protagonista un intellettuale di prestigio. Nel giugno del 1984 era salito in cattedra per l'ultima volta e aveva dovuto abbandonare il contatto con gli studenti. Nel marzo del 1985 le Brigate rosse avevano assassinato, quasi sotto i suoi occhi, Ezio Tarantelli, l'allievo che lo aveva amato "come si ama un padre", l'anno dopo muoiono altri due studiosi ai quali era affettivamente legato: Franco Franciosi, per una grave malattia, e Fausto Vicarelli, in un incidente stradale. Prima di Natale il fratello Alfonso, con il quale viveva, è ricoverato in ospedale. All'inizio del 1987, come ricorda lo stesso fratello, Caffè si sentiva un uomo solo: "Diceva: ecco, guarda come tutto finisce... Oppure: ma perché la sorte si è accanita contro di loro, così giovani, e non contro di me, così vecchio e malandato?" Comincia allora il conto alla rovescia. Ma l'anatomia di questo caso umano diventa, inevitabilmente, anche un brano sia della storia recente d'Italia sia del ruolo che vi ha giocato l'economia. In questo senso, "L'ultima lezione" - come spiega Giorgio Ruffolo - è anche la biografia di un protagonista di quel pezzo di vita italiana.