Categorie
Traduttore: M. Cupellaro
Editore: Laterza
Anno edizione: 2006
Pagine: XXIII-188 p., Brossura
  • EAN: 9788842076995
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 12,75

€ 15,00

Risparmi € 2,25 (15%)

Venduto e spedito da IBS

13 punti Premium

Disponibile in 2 gg lavorativi

Quantità:
Aggiungi al carrello

Il consumismo ha un temibile avversario, che ne demistifica i meccanismi sociali e psicologici. Il suo nome è Zygmunt Bauman. Qualcuno potrebbe obiettare che bastavano Marcuse, Adorno e gli epigoni della Scuola di Francoforte, ma si sbaglierebbe, almeno in parte. C'è molto di antico, ma anche qualcosa di nuovo nel modello socioeconomico oggi imperante in Occidente. Viviamo infatti in una "società di consumatori", il che significa che il consumare, da pratica individuale opzionabile, si è trasformato in parametro in base al quale tutto ciò che accade nel contesto sociale è percepito e valutato. C'è una forza oscura che, simile a un burattinaio ubiquo e impalpabile, tira i fili di qualsivoglia condotta dentro la società. E la globalizzazione ha semplicemente espanso a dismisura i confini di questa società, sempre più universale. A chi volesse sapere quale sia il "colpevole" dovremmo rispondere che per Bauman questi è il mercato capitalistico avanzato, vero e proprio deus ex machina che interviene più come minaccia che come soluzione. Ed è la "sindrome consumista", cioè la logica intrinseca al mercato, il suo motore perennemente mobile, che scioglie i residui di quel legame comunitario già intimamente corroso dalla prima modernità. Tale sindrome opera un rovesciamento dei valori connessi alla durata e alla transitorietà, per cui dilazionare è male, sprecare è bene, restare fedeli è stupido, usare e subito gettare è invece indice di razionalità e libertà. Bauman segnala il degrado civile e l'ingiustizia sociale cui conducono una libertà ridotta a licenza e un edonismo scambiato per eudemonia. Il mercato dei consumi ha creato il tipo umano più confacente al proprio mantenimento. Bauman offre una batteria di argomenti brillanti e si muove tra la diagnosi di Marx e la prognosi di Hans Jonas, con un sorprendente retrogusto tradizionalista.
  Danilo Breschi

La vita liquida è una vita precaria vissuta in condizioni di continua incertezza. Le preoccupazioni maggiori che l'affliggono nascono dal timore di esser colti alla sprovvista, di non riuscire a tenere il passo di avvenimenti che si muovono velocemente, di rimanere indietro. Zygmunt Bauman prosegue in questo nuovo saggio la sua riflessione sociologica sulla società "liquido-moderna" in cui viviamo e, dopo le analisi di Modernità liquida e Amore liquido, propone qui una serie di intuizioni su vari aspetti della vita nella società flessibile contemporanea.
Si parte da un tema caro al sociologo polacco, l'identità individuale, sempre più assediata dalle "povertà globali" che ostacolano la realizzazione dell'autonomia e della libera scelta dei singoli individui. Secondo Bauman l'attuale "emancipazione verso l'individualità" riguarda solo una enclave privilegiata del pianeta; le masse, che difficilmente salteranno sul carro dell'individualizzazione, per reazione scelgono il "fondamentalismo" ovvero il restare aggrappati a identità collettive ereditate o attribuite. Bauman delinea dunque una nuova separazione: da un lato le classi del sapere, volutamente "ibride", extraterritoriali, che si spostano e mutano di continuo consumi e stili di vita al di là delle frontiere nazionali, linguistiche e culturali; dall'altro lato vi è il popolo dell'appartenenza a un'unità politica territorialmente circoscritta, a uno Stato, a una comunità gerarchica, fedele ai suoi valori e alle sue tradizioni. "Tra le due parti – scrive Bauman – si svolge un dialogo tra sordi".
Nella società dei consumi liquido-moderna radicata nella parte opulenta del pianeta non c'è più spazio per eroi e martiri perché la vita liquida svilisce ogni forma di sacrificio per ideali "totali" o di "lungo periodo". La società dei legami mutevoli e fragili respinge le sacre fratellanze, il mondo effimero e incerto in cui viviamo agli eroi ha sostituito il culto delle persone "celebri", una notorietà che può durare anch'essa molto poco tempo e che soprattutto non aspira al monopolio della celebrità. Ecco dunque perché anche il mondo della cultura, che fino a venti, trenta anni fa si caratterizzava per essere ripetitivo e identico nel tempo, oggi è divenuto liquido, "ingestibile, ribelle", del tutto asservito alla logica del consumismo ossessivo, come tutti gli altri aspetti della vita quotidiana. Di fronte a questo scenario, Bauman nei capitoli conclusivi del saggio riprende l'insegnamento della filosofa Hannah Arendt e del sociologo Theodor Adorno e disegna una nuova, possibile responsabilità planetaria che miri allo sviluppo di una "politica che si rimetta al passo con i mercati globalizzati".