Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 26 maggio 2009
Pagine: 164 p., Rilegato
  • EAN: 9788806197803
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Descrizione
Premio Campiello 2010. Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

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Recensioni dei clienti

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    Luisa

    06/09/2018 10:50:56

    C’è una madre per cui una figlia è solo “l’ultima”, senza nome. E c’è una donna per cui quell’ultima diventa una figlia senza gravidanza né parto del ventre. C’è un parto dell’anima, una specie di adozione non scritta da nessuna parte eppure reale, e Maria diventa la “fill’e anima” di Bonaria, una donna a lutto perenne, asciutta, ermetica, silenziosa, severa ma giusta, che sa essere nonostante tutto “più madre” di chi l’ha partorita. Bonaria fa la sarta ed insegna il mestiere a Maria, ma Bonaria ha un ruolo che non è un mestiere e di cui a “Mariedda” non parla, un ruolo atavico che la società moderna attribuisce a medici e cliniche e che scuote le coscienze e anima i dibattiti. Eppure in quel paese senza tempo in cui si muovono Bonaria e Maria a praticare l’eutanasia è una donna con la gonna frusciante, ombra piena di segreti che si muove nella notte, chiamata dai parenti, per aiutare chi lo chiede a passare dall’altra parte. Libera le anime Bonaria, quando si sentono imprigionate. Un libro che mi ha emozionata, bello come un pezzo di macchia mediterranea, solido e sentimentale. In questa storia si avviluppano vite, come un tronco d’ulivo secolare. Matriarcale, fortissimo. Duro e dolce come l’amore di una madre. “- Sciocca che sei, Mariedda Listru! Tu sei diventata mia figlia nel momento stesso in cui ti ho visto, e non sapevi nemmeno chi ero. Però devi studiare l’italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia. - Perché, Tzia. - Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia. Non l’aveva mai chiamata così, e non lo fece mai più in quel modo. Ma a Maria quel piacere denso, così simile a un dolore in bocca, rimase impresso per molto tempo.”

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    furetto60

    19/01/2017 11:26:58

    Nonostante il… secondo lavoro della protagonista anziana, Bonaria, il libro è un’opera solare come può esserlo il carattere riservato dei sardi in un ambiente ristretto e sospettoso come quello della piccola provincia. Opera senz’altro ben scritta ed emozionante sia pure più acerba rispetto al più recente “Chirù” che, oltre ad essere spietato in modo diverso, è anche di più difficile commestibilità.

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    Anna Maria N. Firenze

    06/10/2015 15:30:19

    Molto bello e delicato. Una scrittura fresca, dove i colloqui sono essenziali e mai appesantiti da spiegazioni superflue, sempre coinvolgenti. Il successo di questa Autrice è veramente meritato

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    Gaia

    07/02/2015 17:23:53

    Bello esteticamente nella capacità evocativa delle descrizioni, potente nel destare curiosità e sentimenti contrastanti nella storia con un occhio attento alle questioni etiche e morali che non sconfina mai oltre il consentito a un romanzo. La prosa è molto essenziale, a volte aspra e dura come la terra in cui è ambientata.

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    emanueleg

    16/12/2014 00:32:43

    un mondo accattivante e magico, tuttavia la scrittura non è così entusiasmante e ne sa catturare poco la sua potenzialità.

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    Gabriele

    04/12/2014 11:59:58

    Scritto bene, buon ritmo, argomenti foschi e torbidi alla maniera di certi scapigliati e decadendi a cavallo dei secoli XIX e XX, ma trattati con un certo distacco che non appesantisce la lettura. Alcune parti sulla sofferenza fisica sono quasi all'altezza di "Elias Portolu" capolavoro della Deledda, autrice alla quale Murgia chiaramente si ispira. Gradevole a dispetto dei temi.

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    erica

    05/03/2014 16:30:15

    Leggendo i commenti di quanti scrivono "non ha trama", "scadente, storia banale" o "mi aspettavo di più", la domanda che sorge spontanea è: ma tutti 'sti maestri della scrittura, che cosa volevano, esattamente? L'ennesimo libro sesso-violenza-colpi di scena senza né capo né coda? Ogni parere è degno di rispetto, ci mancherebbe; tuttavia, distinguiamo il gusto personale da un minimo di oggettività nei giudizi. Questo libro, oggettivamente, è scritto benissimo: metafore azzeccate e incisive, il giusto equilibrio tra descrizione ed evocazione, un linguaggio ricco e penetrante senza essere ridondante. Inoltre, l'autrice ha saputo trattare un tema complesso e delicato come l'eutanasia senza cadere nel sensazionalismo propagandista di certa politica, né nel melò da commediola sentimentale di certa letteratura/filmografia: al contrario, è stata capace di indagare la psicologia dei personaggi senza cadere nella psicanalisi e lasciando anche al lettore numerosi spunti di riflessione e di interiorizzazione delle problematiche sollevate, a mio avviso, con garbo e delicatezza. Un romanzo che tratta di vita e morte, di accettazione e appartenenza, di etica e di tradizioni, difficilmente può presentare una trama avvincente in senso stretto, perché è altro - e non l'intreccio delle vicende - a rappresentare il fulcro del romanzo. Entrando nel merito della storia, anche io ho trovato un po' debole e fuori luogo la parentesi torinese: credo che abbia soltanto distratto un po' la narrazione dal suo punto cardine, perché non aggiunge nulla di nuovo alla vicenda o alla crescita di Maria. Tuttavia, la metafora del viaggio per ritrovare se stessi è sempre efficace, soprattutto se resa con delicatezza e incisività come fa la murgia.

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    Alessandro

    19/02/2014 01:57:19

    Trovo che aver voluto mettere insieme due temi sociali così complessi - come eutanasia e pedofilia - sia stata una forzatura, alla luce della superficialità con cui è stato fatto. Mi dispiace, perché alla fine la scrittura non è malvagia, e il libro si fa leggere, per quanto i dialoghi siano inverosimili e slegati dal contesto. Anche la storia è debole e i personaggi mancano di approfondimento (sociale, psicologico). Forse mi aspettavo di più dalla Murgia, che ho imparato ad apprezzato come autrice e donna.

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    tre

    15/02/2014 14:56:51

    Una vera meraviglia di scrittura con una storia solida e penetrante. Sullo sfondo una terra raccontata dove le persone non sono personaggi e il loro profilo lo si gusta assaggiandone l'anima.

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    saggia

    27/01/2014 13:38:24

    Michela Murgia. La ammiravo per quello che, senza sconti né remore, diceva/dice; quindi, come donna, perché come scrittrice non l'avevo letta: come si fa a leggere tutto? Be', mi sono persa molto e ora devo recuperare, perché leggendo Accabadora (Einaudi) non può non avere la mia completa ammirazione, questa autrice dalla scrittura intelligente, acuta e saggia ("se è una gamba a fare un uomo, allora tutti i tavoli sono più uomini di te"), matura e ricca, direi lirica, che si dipana su una terra che, arida e lontana, non lo è affatto.

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    paola

    17/01/2014 14:57:53

    bellissimo. brava Michela

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    Marcella

    07/06/2013 15:47:47

    Francamente mi aspettavo di piu' per un premio Campiello... Ha buona letteratura a tratti, a tratti ricade nel tremendo problema che affligge i libri scritti negli ultimi anni: sembrano copioni cinematografici. Alcune parti sono da fiction televisiva, mentre altre potevano essere evocate e raccontate con piu' scavo psicologico e sapienza letteraria. Se guardo la lista dei vincitori del premio Campiello negli anni 60-70 la signora Murgia e' attornata da giganti, lei che gigante non e'...

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    giorgio g

    11/05/2013 17:34:28

    Siamo di fronte ad una scrittrice di razza che ci conduce nella Sardegna più profonda e più schietta, dove sopravvivono costumi antichi come le "fill'e anima". La piccola Maria, protagonista del libro, è appunto una "fill'e anima". Ma questa non è la sola traccia della tradizione dell'isola perché l'altra protagonista, che dà il titolo al romanzo, è colei che pratica l'eutanasia ai vecchietti che non riescono ad andarsene all'altro modo con le sole proprie forze. Un racconto coraggioso quello di Michela Murgia che è solo viziato dal capitolo, per me un po' incongruo, in cui la protagonista si sposta in una grande città del nord da cui dovrà fuggire piena di vergogna.

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    silvia

    05/05/2013 21:35:29

    Ho apprezzato di questo libro soprattutto il linguaggio e la sua capacità di calarci nei luoghi e nelle situazioni. Ci si ritrova nel cuore della Sardegna con i suoi rituali e le sue credenze. Ci sono delle metafore davvero azzeccatissime! Consigliato davvero.

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    Andrea Giostra

    04/05/2013 12:48:35

    Da leggere assolutamente. Bravissima l'autrice. Scrivere con classe di un tema così importante e delicato come l'eutanasia non è affatto facile. Murgia, con grande eleganza letteraria, è riuscita a ridare la giusta connotazione sociale e culturale ad un "dibattito" di cui si sono appropriati inopportunamente e prepotentemente la politica e la religione più ortodossa. Il valore della vita è un valore assoluto, e su questo non c'è alcun dubbio sia per coloro che credono ed hanno fede in Dio, sia per i laici non-credenti che si contraddistinguono per i sani principi etici e morali delle culture più antiche e delle democrazie occidentali. Il dolore e la sofferenza, l'irreversibile e straziante perdita delle funzioni intellettive e cognitive, rimangono sempre un fardello familiare, e molto spesso né la politica né la religione riescono a "partecipare" e ad alleviare un dramma umano che apre violentemente la porta a soluzioni che solo chi ergendosi a supremo detentore dell'etica e della morale divina e terrena insieme, non riesce a concepire come possibile e doloroso gesto liberatorio di un'anima imprigionata e di una speranza familiare negata.

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    Moreno C.

    12/03/2013 13:41:20

    Non ha molte pagine "Accabadora", ma la sua brevità è la stessa che hanno le parabole: che sempre riescono a contenere tutto ciò che serve sapere, tutto ciò che conta, null'altro di superfluo. Il libro vale, vale tanto: perchè obbliga al confronto con tematiche forti e perchè riesce a farlo fermando il tempo e materializzando un atavico senso dell'arcano dal potere magnetico sorprendente.

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    Francesca

    03/03/2013 17:34:30

    Ho trovato questo libro un piccolo gioiello, capace di immergere il lettore nello spaccato della vita di un paesino del dopoguerra, permettendogli, altresì, di assaporare i tempi lenti, i riti antichi e i silenzi, dell'aspro e fiero entroterra sardo. Particolarmente delicata è la descrizione del rapporto tra le due protagoniste, i cui contorni psicologici vengono delineati con tratti essenziali ma intensi, in grado di toccare profondamente l'animo del lettore. Davvero una piacevole lettura.

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    ViolettaDelPensiero87

    19/12/2012 20:35:53

    Da sarda non potevo non leggere un libro di cui se n'è parlato tantissimo.. devo dire che ne sono rimasta affascinata..anche se forse le mie aspettative erano un po più alte.

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    Gabriele

    03/11/2012 14:36:37

    Avevo chiesto un libro scritto bene. Sono stato pienamente accontentato almeno per la prima parte, sino al viaggio a Torino. Una scelta di vocaboli e un uso degli "aggettivi" prezioso. Gran brava scrittrice che ha tutti i numeri per darci altri libri belli. La storia? Bah! Un pò strana e anche un pò ingenua. Ma si tratta quasi di un opera prima.

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    Barbara

    23/10/2012 01:22:01

    L'accabadora è l'ultima madre. È colei che, spinta dall'amore, accoglie le anime nell'ora estrema, porgendo loro una carezza e facendo proprio il loro ultimo sospiro. L'accabadora è una Tzia, un'anziana donna di un paesino sardo, dedito a tacciare o meno di moralità i suoi abitanti; quel paesino "le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ritagliate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni". L'accabadora non è sola. L'altra grande protagonista del romanzo è Maria, la fill'e anima di Tzia Bonaria, la bambina "di troppo" di una famiglia con già troppe bocche intorno al tavolo; la creatura calma e taciturna che aspettava solo che qualcuno di accorgesse di lei. In questo libro, denso di Sardegna, di tradizioni tramandate, e di sacrificio, Michela Murgia affronta un tema sepolto ma sempre attuale: il potere o la colpa di poter decidere per qualcun altro. La scrittrice lo fa con una capacità narrativa che va oltre la semplice rappresentazione di una realtà, e si inserisce nella ben più complessa interiorità dei protagonisti. Accabadora è una storia complessa e semplice al tempo stesso, intessuta da insegnamenti, rimproveri e comprensione. Tzia Bonaria insegna, infatti, attraverso il suo lavoro, quanto sia evidente la necessità di avere un padre e una madre a ogni angolo della strada, che possano aiutarci anche in quei momenti in cui non sembra più necessario alcun aiuto. Maria, dal canto suo, imparerà a proprie spese come sia impossibile dire "no, io di quell'acqua non ne bevo", e affronterà il dolore e la crescita con mente scevra di ogni pregiudizio. Una lettura affascinante, dolce e amara, che trascina il lettore nella Sardegna degli anni '50, tra l'odore di terra e il profumo di mare.

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