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Alejo Carpentier

Traduttore: A. Morino
Collana: Il castello
Anno edizione: 1999
Pagine: 378 p.
  • EAN: 9788838913792

recensioni di Oppici, P. L'Indice del 2000, n. 04

Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier si inserisce in una tradizione di romanzo storico che in Francia annovera celebri interpretazioni otto e novecentesche: da Balzac, che ne è l'iniziatore, con gli Chouans (1829) e altri meno noti episodi della Commedia umana, a Victor Hugo con Novantatré (1874), allo sterminato ciclo di feuilletons sulla Rivoluzione scritti da Alexandre Dumas padre che ha contribuito ad aureolare di leggenda tanti episodi rivoluzionari presso il grosso pubblico. Il più vicino antecedente di Carpentier, però, non solo in senso cronologico, sembra essere Anatole France, con il suo Gli dei hanno sete (1912), per l'amara riflessione sui meccanismi del fanatismo e per la centralità che vi assumono di conseguenza le figure di Robespierre e dei suoi seguaci, elementi tutti che ritroviamo nel Secolo dei lumi.
Ma in Carpentier, scrittore cubano (con padre francese e lunghi soggiorni a Parigi), i Lumi sono acclimatati ai Caraibi e la Rivoluzione è vista nei suoi esiti coloniali. Un'operazione del genere - mostrare i risultati della Rivoluzione nel Nuovo Mondo, rovesciando la logica eurocentrica e prendendo come base di partenza il punto di vista dei colonizzati - è stata più volte tentata, in particolare dagli scrittori haitiani: dovendo Haiti la sua indipendenza ai contraccolpi della Rivoluzione Francese, tale riflessione rovesciata diviene centrale nella ricerca dell'identità haitiana. Nello stesso anno in cui Carpentier pubblica Il secolo dei lumi (1962), Aimé Césaire dà alle stampe Toussaint Louverture, saggio storico-politico dedicato all'eroe della Rivoluzione a Haiti. L'anno successivo, con La tragedia del re Christophe, Césaire prendeva come protagonista della sua opera teatrale Henri Christophe, altro personaggio storico del periodo che Carpentier aveva già messo in scena nel suo precedente romanzo Il regno di questo mondo. Questo per dire come indubbiamente negli scrittori di area caraibica di quegli anni cinquanta e sessanta di rivoluzione (cubana) e di volontà di decolonizzazione generale vi fosse, al di là delle differenze linguistiche, un comune sentire gli eventi dell'Ottantanove come momenti fondamentali e costitutivi, a condizione di riscriverli secondo un'altra logica. È a partire da qui che le strade di Césaire e Carpentier divergono: per Césaire la Rivoluzione va integralmente ripensata nell'ottica della negritudine, mentre la posizione di Carpentier è assai più sfumata, e la si potrebbe definire creola (nel senso originario che definiva creolo l'individuo nato da genitori europei nelle Antille). Creoli sono tutti i suoi protagonisti: Esteban, la sorella Sofía e il cugino Carlos sono gli orfani, e il nipote cresciuto come un figlio, di un ricco commerciante dell'Avana i cui avi venivano dall'Estremadura.
L'ottica con cui viene vissuto il dramma della rivoluzione trasportata ai Caraibi è insomma pur sempre quella dell'intellettuale occidentale: i neri possono essere oggetto di appassionata compassione nella coscienza di Esteban, ma non sono mai protagonisti del racconto e restano sullo sfondo. Indicativo del punto di vista con cui è filtrata la realtà romanzesca è l'episodio in cui Carpentier riscrive una famosa scena del Candide di Voltaire, quella in cui il protagonista incontra uno schiavo nero a cui manca una gamba che gli è stata tagliata perché aveva tentato di fuggire: "È a questo prezzo che mangiate zucchero in Europa". Nel Secolo dei lumi invece Esteban incontra "il negro di Surinam" quando, impassibile, attende insieme ad altri compagni di sventura che il chirurgo gli amputi la gamba. Ed è Esteban che si sente male. La schiavitù non è subita, ma è sofferta nella coscienza rivoluzionaria bianca, lacerata dalle contraddizioni: Esteban, che aveva deciso di buttare via gli ipocriti opuscoli che traducevano in olandese il decreto di abolizione della schiavitù (stampati dai francesi per cinica politica coloniale), corre a riprenderli. "Esteban buttò parecchi involti sopra una canoa peschereccia, su cui remavano uomini negri: "Leggete questi!" - gridò loro. "E se non sapete leggere, cercate qualcuno che ve li legga". In questo disperato riaffermare il valore dei principi della Rivoluzione, nonostante l'abietto comportamento di molti dei suoi uomini, Carpentier ricorda appunto l'umanesimo socialista di un Anatole France, anch'esso travagliato e quasi infranto dalla consapevolezza dei limiti dell'azione rivoluzionaria.
Romanzo polifonico e policentrico che moltiplica spazi e tempi del racconto, Il secolo dei lumi sdoppia anche la focalizzazione del romanzo in principio maschile e femminile: a Esteban, arrestato, si sostituisce Sofía che raggiunge Hugues in Caienna; sarà allora il suo idealismo di donna colta e appassionata a misurarsi con l'enigma costituito da Victor Hugues. Anche lei, disgustata, lo lascerà, ma conserverà quella volontà di "credere in qualcosa" che la condurrà a immolarsi in una rivoluzione, neppure pienamente condivisa. Sofía e Esteban scompariranno nella sommossa antifrancese di Madrid del 2 maggio 1808, perché "bisogna far qualcosa!" e sopravviverà solo Carlos, il mercante. (L'intreccio suggerisce a più riprese come la Rivoluzione serva da alibi all'arricchimento personale e favorisca, in definitiva, l'accumulazione capitalistica.)
È possibile che il romanzo denunci così i limiti di un'azione rivoluzionaria alienata alla cultura europea, e postuli l'esigenza di una rivoluzione caraibica, nata sulla base delle specifiche esigenze locali, non importata e subita come lo fu la Rivoluzione francese. Ma è riduttivo, ci sembra, limitare un romanzo così ricco alla sola dichiarazione di intenti politici, secondo una lettura che è ispirata anche dalla vicinanza cronologica della sua concezione e pubblicazione con la rivoluzione castrista. Il secolo dei lumi è un'opera più ambiziosa, affascinante per forma e invenzione stilistica, e in cui la riflessione sulla violenza della Storia può assumere una portata più amaramente generale: è la parete di broccato rosso, ultima immagine del romanzo, su cui la storia di Sofía ed Esteban si dissolve come "pura ombra" e che pure sembra continuare a sanguinare.



recensioni di Luche, L. L'Indice del 2000, n. 04

È noto che in America Latina il pensiero critico e filosofico ha spesso trovato espressione nell'opera dei suoi migliori scrittori, fra i quali il cubano Alejo Carpentier, i cui scritti propongono una costante meditazione sulla storia e sul modo in cui questa viene narrata. C'è nell'interesse di Carpentier per il romanzo storico una volontà tutta letteraria di rivendicare il diritto alla storia per un continente da sempre considerato regno della natura, dominio modellato dai sogni e dai progetti storici della coscienza europea. Di fatto Carpentier è non solo uno dei grandi scrittori dell'America ispanica, ma anche suo rigoroso storiografo, memoria romanzesca dell'Altra Storia, quella che la storiografia ufficiale mal riferisce o non riferisce affatto.
In Il secolo dei lumi Carpentier esplora le ripercussioni della Rivoluzione francese in America Latina attraverso personaggi immaginari e reali. Spicca fra questi ultimi uno dei protagonisti, Victor Hugues, su cui Carpentier si sofferma a conclusione del romanzo per illuminare una figura pressoché ignorata dalla "storia della rivoluzione francese troppo occupata a descrivere gli avvenimenti occorsi in Europa dai giorni della Convenzione fino al 18 Brumaio, per spostare lo sguardo verso il remoto àmbito dei Caraibi".
Il romanzo si apre all'Avana col funerale di un ricco mercante cubano. La sua morte segna l'inizio di una nuova vita per i suoi due figli, Carlos e Sofia, e per il nipote Esteban. I tre adolescenti si isolano nella dimora familiare e sovvertono l'ordine del tempo trasformandosi in eccentrici nottambuli, estranei alle polverose convenzioni sociali di una città indifferente alla bellezza, tutta dedita al commercio e all'arricchimento materiale. Una notte compare misteriosamente il marsigliese Victor Hugues, mercante a Port-au-Prince, che porta con sé le nuove idee di emancipazione universale. Entusiasti, i ragazzi seguono Victor che, durante un viaggio in mare verso Haiti, seduce Sofia, originariamente destinata alla vita conventuale. Ad Haiti Victor scopre che tutti i suoi beni sono stati distrutti dagli schiavi insorti contro il potere dei bianchi, e decide di tornare in Francia dove è già in atto la rivoluzione.
Mentre Sofia e Carlos rimangono a Cuba, Esteban si imbarca con Victor. Di qui, il romanzo prosegue fra paesaggi dapprima europei e poi ancora americani, nella volontà di illustrare le contraddizioni dell'ideale rivoluzionario fino al tragico epilogo, sullo sfondo di una Madrid occupata dai francesi, sconvolta dalla rivolta del 2 maggio 1808.
In questo romanzo, forse la sua opera più ambiziosa, Carpentier ha riunito molti dei motivi intorno ai quali ruota tutta la sua narrativa. Così, attraverso il personaggio di Esteban, tornano tematiche presenti in I passi perduti (1953; Sellerio, 1995): come l'anonimo protagonista di quel romanzo, Esteban si sente un forestiero nel mondo dell'inautenticità, e come lui cerca di fuggire dalla propria epoca, dalla storia, rifugiandosi nello spazio della natura. Anche qui, il contatto con l'immacolata natura americana si traduce in un viaggio a ritroso nel tempo. Esteban si sente trasportato nel paesaggio delle origini, tra "i primi barocchismi del creato", immerso nel principio femminile e materno della creazione: "Esteban intraprese l'avventura di arrampicarsi su un albero. (...) Un'esaltazione inspiegabile, strana, profonda, rallegrava Esteban, quando poté riposarsi, a cavalcioni, sulla forcella più alta di quel rabbrividente edificio di fronde e stami. (...) Chi si stringe agli alti seni di un tronco, compie una sorta di atto nuziale, deflorando un mondo segreto mai visto da altri uomini. (...) Si prende atto dei due rami teneri, che si scostano come cosce di donna, nascondendo nella loro giuntura una manciata di muschio verde".
Se nei Passi perduti l'incontro del protagonista con la foresta amazzonica si concretizzava nel rapporto con Rosario, figura in cui come nel simbiotico ambiente naturale convergono segni di razze diverse e di tempi trascorsi, allo stesso modo, nel Secolo dei lumi, la comunione di Esteban con la natura primordiale della Guadalupa risveglia in lui il desiderio di ricongiungersi con la donna dell'infanzia, Sofia: "Nell'immaginazione di Esteban, il nome di Sofia era sempre emerso come (...) qualcosa avvolto in rami dell'Albero della Vita e circondato d'Arconti, nel grande mistero della donna intatta". Così descritta, Sofia, al pari di Rosario, si fa metafora dell'immagine canonica dello spazio americano quale paradiso perduto alieno allo scandire della storia. La donna sovrana dello spazio naturale, materializzazione dell'alterità in un sistema fondato su rigide opposizioni quali io/altro, maschile/femminile, soggetto/oggetto, cultura/natura, è una costante dell'immaginario occidentale in generale e del patrimonio letterario latinoamericano in particolare. Ma Sofia rompe la tradizione e si sottrae al ruolo di donna-natura, rifiuta l'egemonia della legge dei padri che la condanna al silenzio e alla passività e reclama il diritto alla storia, il diritto "di realizzarsi nella dimensione da lei scelta". Nel rapporto sessuale con Victor si spoglia di ogni immagine imposta, matura consapevolezza fino a diventare "supremamente padrona di se stessa". Sofia si fa così personificazione del progetto di riscatto che informa l'opera storica di Carpentier.
Rivendicazione di un ruolo storico per l'America Latina, al contempo il romanzo supera i limiti del continente e di quel-
l'oscuro e complesso secolo dei lumi che ironicamente le dà il titolo. Concentrando la sua attenzione su un momento chiave della modernità dell'Occidente, Carpentier sembra soppesare, non senza pessimismo, la civiltà occidentale nel suo insieme, la sua tortuosa storia fatta di progressi e regressi, di ideali traditi e di violenza. Tuttavia sul mondo ferito e parossistico ritratto nel Secolo dei lumi risuona la dichiarazione di Sofia, "bisogna far qualcosa", in cui si sintetizza la filosofia di Carpentier. Non a caso le convinzioni di Sofia ricordano quelle di Ti-Noel, protagonista di Il regno di questo mondo (1949; Einaudi, 1990). Dopo vari tentativi falliti di porre fine alla schiavitù a Haiti, Ti-Noel comprende che, malgrado tutto, la soluzione non sta nella fuga dalla storia ma nella lotta a fianco degli oppressi, perché la grandezza dell'uomo consiste nel voler migliorare ciò che è, nel porsi degli obiettivi, consapevole che mai potrà saziare la sua sete di giustizia e di felicità.
Gli obiettivi posti dalla Rivoluzione francese, che guidano l'agire di Sofia anche quando la stessa rivoluzione li ha smentiti nella pratica, alla fine del romanzo iniziano ad animare i movimenti indipendentisti americani, a dimostrazione del fatto che, nonostante gli esempi imperfetti, "le parole non cadono nel vuoto", come recita l'esergo iniziale del romanzo. Come affermato dallo stesso Carpentier, è questo il principio fondamentale del Secolo dei lumi: "gli uomini possono vacillare ma le idee proseguono il loro cammino e alla fine trovano la loro applicazione".
Come Esteban davanti al quadro Esplosione in una cattedrale - la cui immagine ricorre nel testo a mo' di simbolo del sommovimento provocato dalla rivoluzione - il lettore rimane stordito dal cumulo di interpretazioni cui si presta Il secolo dei lumi, come dinanzi a ogni opera che, secondo le parole di Sofia, "contiene idee; offre esempi; fa pensare". E il Secolo dei lumi fa pensare al passato quanto al presente, al secolo appena concluso, anch'esso tanto lungo e contraddittorio "da contenere l'attività di molti secoli".
Il più ambizioso dal punto di vista tematico, Il secolo dei lumi è anche il romanzo di Carpentier più ricco dal punto di vista stilistico. La scrittura barocca di cui l'autore si servì in tutta la sua opera per trasporre sulla pagina la "meravigliosa realtà americana" con la sua mescolanza di origini e di culture e con le sue armoniche sproporzioni, raggiunge qui la sua pienezza. Una sintassi veemente e un vocabolario saturo di americanismi, di arcaismi, di riferimenti pittorici, musicali e letterari caratterizzano una prosa statica e dinamica al contempo. Statica nella descrizione degli ambienti e dei luoghi, dinamica nel periodare, nello scorrere del tempo, nell'evolversi dei personaggi e degli avvenimenti. I grandi tumulti vengono concentrati, le sofferenze umane rese con rara parsimonia; così ad esempio "il furore, lo strepito, il parapiglia e il caos" delle sollevazioni spagnole del 1808 sono riportati in poche, esemplari righe.

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    Francesco

    10/07/2001 12.39.26

    Leggere e rileggere questo libro e' sempre una festa. Intelligenza, sapienza, grande scrittura, un profondo senso etico ma certo non ingenuo della storia. Qui (e in Uslar Pietri, e in Asturias) nasce il vero realismo magico, poi storpiato per il gran pubblico dagli Scorsa e dai Garcia Marquez.

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