Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento

Mauro Covacich

Editore: Laterza
Collana: Contromano
Edizione: 6
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 04/05/2006
Pagine: 192 p., Brossura
  • EAN: 9788842079859

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Recensioni dei clienti

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    Teresa

    27/06/2009 22:27:25

    Non sono triestina, ma ho vissuto a Trieste 10 anni, quindi credo di poter parlare con cognizione di causa. Trieste ha un razzismo latente, pericoloso perchè non si manifesta nè subito nè nei modi usuali. Nel libro non riconosco la Trieste che conosco io, che pure mi ha regalato ricordi bellissimi degli anni universitari e dei primi anni di lavoro.Però riconosco nell'autore l'orgoglio del triestino medio, che io giudico molto superficiale e poco aperto alle diversità.Se volete leggere un libro davvero bello su Trieste consiglio questo: "Trieste, o del nessun luogo", di Jan Morris. Imperdibile, superlativo. L'autrice non è triestina, quindi il libro celebra il fascino di Trieste con obiettività e profondità. Leggetelo, ne vale la pena.

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    viviana

    20/03/2009 21:21:36

    Credo che lo scrittore abbia una visione molto limitata della vita. Basti leggere pagina 88 per capire il razzismo di cui facevo accenni nel mio primo commento. Si evince che i serbi sono brutti e malandati, mentre i triestini sono belli tonici. Vivo a Trieste da qualche anno e vi assicuro che quello che c'è scritto non è assolutamente vero. Covacich scrive a proposito dei serbi: " Hanno intorno i trent'anni ma sono almeno dieci anni più vecchi dei nostri trentenni. Impossibile non guardare con invidia i loro brutti denti, la loro felicità." Pagina 88 Vorrei vedere una bella foto in quarta di copertina di Mauro Covacich. Sorridente naturalmente.

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    Viviana Ettorre

    20/03/2009 21:05:39

    Di questo libro sono leggibili e brillanti solo due capitoli. Per il resto il libro oltre a presentare in modo poco oggettivo la realtà della città giuliana finisce solo per celebrare eccessivamente questa bella città omettendo la reale complessità ed il razzismo latente.

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    Max Lalo

    10/02/2009 13:35:56

    Libro molto bello. 15 racconti che fanno rivivere le sensazioni che solo una città come Trieste può dare. Decisamente una lettura bella, rilassante ed allegra.

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    Mariarita

    23/10/2008 17:51:07

    Sono nata a Trieste e dopo tanti anni l'anno scorso ci sono tornata e il libro mi è stato imprestato da amici; l'ho trovato veramente carino e mi sono ritrovata a pensare alla mia infanzia in luoghi citati dall'autore con nostalgia ma anche con tanta allegria. A parte questi miei personali pensieri il libro è scritto bene ed è molto scorrevole. Bravo e complimenti.

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    chiara

    20/10/2006 19:45:59

    Sembra un libro quasi fiabesco, ogni descrizione è ricca di originali particolarità e non è per niente la classica guida...L'unica critica l'avanzo verso tutti i superlativi usati da Covacich. Penso siano un po' troppo eccessivi, alla fine l'amore che l'autore nutre per la sua terra lo rende poco obiettivo.. Peccato! perchè a parte ciò il libro è davvero bello, consigliabile a triestini e non.

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    Anna

    05/09/2006 13:27:58

    Davvero meraviglioso! Così azzeccato sullo spirito triestino che rende impossible non ritrovarsi in uno di questi splendidi ritratti umani. Così ben scritto da immedesimarsi fino alle risa, e fino alla commozione. Per tutti i triestini, un libro da non perdere e da raccomandare soprattutto ai triestini che vivono altrove. Per gli altri (gli italiani), un piacevolissimo modo per provare a capire e chissà ad apprezzare le stranezze di una gente tutta particolare.

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    massimiliano

    28/08/2006 16:08:35

    Premetto che il libro mi è stato regalato da un amico triestino a me molto caro temo quindi che questo vizi un po' il mio giudizio. Non è una guida della città, almeno non in senso stretto, ma ho avuto la sensazione che girandola seguendo i percorsi proposti dall'autore si potrebbero avere sollecitazioni diverse ed originali rispetto alla consueta iconografia triestina (piazza dell'unità, san giusto, borgo teresiano etc.) Se quindi programmate una gita a trieste io il libro lo leggerei, è una cosina agile che può dar spunto a qualche percorso fatto con occhi diversi (un po' come essere guidato da un amico del posto che non vi farà vedere cio chè più bello o famoso ma quelli che sono i suoi luoghi della città)

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    Daniele Castelnuovo-Tedesco

    10/06/2006 11:58:45

    Dopo aver letto questo breve libro non nego di esser rimasto perplesso. Non nego neppure di non essere triestino e quindi di non poter aver la presunzione di sapere della città più dell'autore stesso, ma amandola assai e conoscendola in lungo e in largo non posso fare a meno di esser rimasto di fronte a un libro scritto su di una Trieste diversa rispetto a quella che conosco. Il libro non è un saggio, non è una guida, è piuttosto una specie di vago 'amarcord' attraverso i luoghi dell'infanzia dell'autore, nonché un itinerario attraverso quelli che l'autore ritiene punti salienti della città, commentandone pure la storia dal suo personale punto di vista politico (diverso dal mio: la foiba di Basovizza è trattata più che altro come luogo di gite e percorsi di jogging, il tema dell'esodo istriano, pur coinvolgendo due dei nonni dell'autore, è relegato in un cantuccio e praticamente non commentato). Non concordo affatto nella stridente e artificiosa metafora in cui si dipinge la città come una novella imperatrice "Sissi col body in lycra e un piercing". Non concordo nell'usare qua e là espressioni e verbi assai inusuali e un po' snobistici, pur nel contesto di un linguaggio (v. TORINO E' CASA MIA di Culicchia, nella stessa collana, afflitto da stesso problema) più da ventenne che da quarantenne, quale l'autore invece è. Non concordo nell'inserire brani di gioventù dell'autore che potrebbero essere avvenuti ovunque, a Trieste come a Potenza e che a mio avviso portano il libro un po' fuori tema. Bello e inusuale il paragrafo sul cimitero e sul valore dei morti e dei loro nomi, simbolo di una città in bilico tra Nord e Sud e tra Est e Ovest, tra storia asburgica e presente mediterraneo. Insisto però nel dire che per me Trieste è altro. Molto altro. Peccato, una città così ricca e tormentata si meritava di più.

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Ma non è che il primo inatteso aspetto inatteso della "più ‘altra' delle città italiane". Sul filo dell'autobiografismo Covacich porta il lettore alla scoperta della bora il vento che "fa perdere contatto con la terra" la cui violenza non va evitata ma anzi affrontata accondiscesa addirittura cercata e questa è una lezione – un gioco – che i triestini imparano sin da piccoli. Poi entriamo nei rioni quello di San Luigi dove abitava l'amata nonna Lisa – figura mirabile nel racconto memoria e amore insieme metafora dell'anima più vera di ogni triestino – e dove c'è il ricreatorio Lucchini: luogo di iniziazione al "campanilismo rionale" e a quel particolare senso civico coltivato in questi oratori laici nati sotto l'Austria-Ungheria oggi gestiti dal comune e che non si trovano in nessun'altra parte d'Italia.
Da qui le passeggiate di Covacich prendono altre direzioni: dai caffè dove si vive e si respira uno dei tratti peculiari del carattere triestino quello per cui "adesso proprio adesso la vita sta tutta nella tazzina e dopo si vedrà" ai territori dove si agitano altre ombre. Quelle dei clandestini che passano la frontiera nei boschi di Basovizza correndo nella notte là dove di giorno corrono i cultori del jogging. Quelle dei morti della Risiera l'unico campo di sterminio nazista in Italia (e qui Covacich regala pagine da antologia). Quelle dei matti di San Giovanni l'ex ospedale psichiatrico dove Basaglia concepì e attuò la sua rivoluzione un comprensorio enorme nato come una specie di mini-stato dei folli e che oggi la città si sta riprendendo poco alla volta in un'integrazione tra pazzia e "normalità" che è il vero successo della legge 180.
Fra echi e dovute citazioni di Magris Svevo Joyce Kis il viaggio nella Trieste sottosopra prosegue in altri quartieri. Come il rione di San Giacomo "un incrocio di Pigalle e Montmartre diciamo di Pigalle senza peep-show e di Montmarte senza ritrattisti" e poi lungo la riviera negli stabilimenti balneari situati praticamente nel centro urbano: "Perché il mare a Trieste è un lato della stanza ti alzi al mattino e sai dov'è stai dove stai e sai che c'è" ed è diverso dal mare di città come Napoli Palermo Genova dove il mare è "meno prossimo meno accessibile".
Passate le "osmizze" – tipiche e mitiche rivendite temporanee di vino prodotto in proprio – e il quartiere dove vivono gli istriani dell'esodo il reportage narrativo termina nel cimitero di Sant'Anna "trentasei campi della parte cattolica" più "un distretto maomettano uno greco-ortodosso uno israelitico uno evangelico uno anglicano – oltre a un ex cimitero militare situato al di là di via della Pace ma ormai inglobato e rifornito di morti più recenti". È qui che lo scrittore ritrova non tanto la storia la memoria della città e della famiglia quanto piuttosto "la verità dei nomi". Sulle tombe gli epitaffi raccontano il romanzo delle genti più diverse delle storie più diverse. Ed è qui al confine tra la città abitata "da ex uomini ed ex donne coi nomi dissonanti istoriati di lontane provenienze esodi imbastardimenti" e quella dove pulsa la confusa vita di ogni giorno che si capisce come Trieste per quanto la si metta sottosopra sia e resti una città imprendibile.

Pietro Spirito