Fra i tanti destini di Napoli rientra anche quello di essere stata raccontata, almeno fino a tre quarti dell'Ottocento, quasi esclusivamente attraverso le scritture dei suoi visitatori. A riprova: mentre le altre grandi capitali del XIX secolo (Parigi, San Pietroburgo, Londra, Vienna) diventavano incubatrici di romanzo e romanzieri, Napoli si limitava a offrirsi come occasione di resoconto o materia di stucchevoli baedeker. Tant'è vero che, intorno alla città, veniva a costituirsi e consolidarsi un intero genere letterario: la memorialistica da viaggio che ha, come tratto identificante, quello di essere memoria e scrittura degli "altri". Vale a dire dei viaggiatori stranieri nel loro rapporto con un esotismo alle porte dell'Europa. Ciò mentre i grandi letterati napoletani (da Basile a Marino fino a Vittorio Imbriani) davano vita alle loro ubriacanti avventure nella favola, nel mito, nella forma più stravagante ed eterodossa. Cosa ne è derivato? L'invenzione di Napoli, ormai inscindibile da ogni tentativo di riepilogare e reinterpretare la città. È questo il motivo per cui I napoletani di Francesco Durante, libro solo in apparenza asistematico, non può esimersi dal fare i conti, nella sua sezione introduttiva, con la letteratura da viaggio e le sue mitografie da Grand Tour, anche sulla scia della lezione di Attanasio Mozzillo e Gino Doria. Sta di fatto, però, che negli ultimi quaranta, cinquant'anni la proporzione fra narrazioni coloniali e autoctone si sia invertita, dando luogo a un proliferare di scritture locali cui si fa fatica a tenere dietro (e a tenere insieme, vista la loro lussureggiante pluralità). L'impressione, in un certo senso, è quella di un'esuberanza euforica derivante dalla prospettiva di emanciparsi dal condizionamento dal malocchio, verrebbe da dire − dello sguardo altrui, per impadronirsi di uno sguardo proprio. Un processo che avrebbe trovato il suo compimento, sotto il profilo della risonanza editoriale, in Gomorra. Ed è proprio rapportandosi al racconto-reportage di Saviano, del resto, che Durante definisce, per contrasto, il senso e il tono del suo stesso lavoro. Lo fa, con un tocco di understatement, attribuendo alla propria fatica lo status di allegato al macrofenomeno editoriale Gomorra. Ma pecca di modestia derubricandosi in questo ruolo. Perché, in verità, sia I napoletani che il suo precedente e fortunato Scuorno andrebbero, casomai, inquadrati come un complemento al best seller di Saviano. In primo luogo perché Durante, con un gioco di lenti e messe a fuoco che alternano oggi e ieri, cerca di dare una profondità storica "di lunga durata" a quanto, in Saviano, si risolveva programmaticamente nel piano tutto narrativo e sincronico del qui e ora. In secondo luogo perché Saviano affrontava il monstrum della città e del suo incombente, minaccioso retroterra prendendoli di petto, in un corpo a corpo senza esclusione di colpi reciproci. Laddove Durante preferisce insinuarsi nelle sconnessure che rendono Napoli così incongrua o nelle giunture delle narrazioni che l'hanno reinventata e deformata. Volendo sintetizzare in una formula, se Gomorra ambiva a essere la rappresentazione di un inferno, la Napoli di Durante si configura piuttosto come l'esplorazione di un purgatorio. E la metafora purgatoriale prende corpo proprio in una delle sezioni meglio risolte del libro. Quando l'autore, dispiegando tutti gli strumenti del narratore-cronista di gran razza, evoca la lenta, combattuta risalita di Gaetano Di Vaio verso un'ipotesi di luce: dalla predestinazione a un ruolo di deviante di piccolo cabotaggio fino all'attuale condizione di film-maker e produttore. Qui il registro di Durante, che è stato per diverse pagine quello di un excursus storico-letterario denso di corporalità, succhi e sapori, si approssima a una docu-fiction ben lontana dalle rappresentazioni di Napoli come feticcio negativo, di volta in volta da patire o, invece, da esorcizzare. Sotto questo profilo Durante non è un osservatore che si torca dal pathos né, tantomeno, uno scrittore che torca il viso dall'altra parte. Semmai, tiene a conservare una propria, inconfondibile andatura da flâneur disincantato ma niente affatto cinico, sia quando annusa le budella della letteratura erotica napoletana, sia quando si avventura nei budelli dei Quartieri Spagnoli. In quest'ultimo caso armato principalmente della capacità interpretativa di un antropologo ben consapevole, con Aby Warburg, che "Dio si nasconde nei dettagli" (come pure il demonio, aggiungerei). Un antropologo che non condanna né assolve in modo aprioristico; che non si scandalizza, ma è ben lontano dal compiacersi; che conosce come pochi le mitografie sulla "furfanteria" napoletana e, proprio per questo, ne risulta ampiamente immunizzato. Un antropologo immunizzato, ma non mitridatizzato rispetto ai veleni di Napoli, che riesce sempre a riconoscere come tali (provando a scomporne, quando possibile, la micidiale formula chimica). Ne risulta, alla fine, un procedere in equilibrio e in bilico, molto simile al passeggiare con un monociclo lungo la tensione di filo, oscillando fra gravità e levità visti come contrappeso l'una dell'altra. Il tutto, però, senza far trasparire la fatica e fingendo, anzi, che questa esibizione di alta classe avvenga senza sforzo né pena. Si tratta, viceversa, di un numero che può diventare rovinoso. Durante, anche stavolta, non è caduto. Vladimiro Bottone
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