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Cormac McCarthy

Traduttore: M. Testa
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2007
Pagine: 218 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806185824
"Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te".
Un padre e un figlio, senza nome, senza niente che non sia il legame indissolubile che li unisce. Non esiste più nient'altro: non esiste più il mondo, la storia, il tempo, la civiltà, non esistono più le città, le case, le famiglie, non esiste più neanche il cielo – perennemente oscurato, plumbeo "come l'inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo". Esiste solo la strada lungo cui spingono i loro scarsi averi – qualche coperta, il poco cibo in scatola rimasto – dentro il carrello arrugginito di un supermercato. Si spostano verso sud, verso il mare, dal cuore dell'America al Golfo del Messico, in cerca della speranza di un po' di calore, di luce. Ma ciò che gli si apre di fronte è un oceano vasto e freddo che ha "la desolazione di un qualche mare alieno che bagna le coste di un pianeta sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata".
Nel nuovo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, un non meglio specificato disastro planetario – probabilmente una guerra nucleare, o un meteorite scagliato dall'alto dei cieli – ha posto fine alla vita sulla terra: ogni forma di vita, animale o vegetale, è stata spazzata via, i pochi sopravvissuti non hanno più nulla di umano e attraversano quest'immensa terra desolata in cerca di cibo come morti che camminano. E poco importa se il "cibo" è un altro essere umano: il cannibalismo è solo uno dei tanti orrori che la fantasia scatenata di McCarthy ci offre, quasi non ci fosse un fondo all'abisso, ma solo nuove parole per declinare un infinito catalogo di sofferenze. La catastrofe ha rivelato lo scheletro – come se a un'esplosione sopravvivessero solo le ossa bianche e scarnificate – della società, se non della natura, secondo McCarthy: una brutale lotta per la sopraffazione reciproca, in cui gli esseri umani sono nettamente divisi tra carnefici e vittime, tra cannibali e prede.
Sono passati dieci anni da quella catastrofe: padre e figlio sono riusciti a sopravvivere fino adesso, ma non resisteranno un altro inverno. Il romanzo è il racconto del dolente e disperato pellegrinaggio verso il mare, delle difficoltà e degli incontri che accadono loro lungo la via, solo ogni tanto intervallati dai ricordi e dai sogni dell'uomo (soprattutto sulla moglie – la madre del bimbo – che decide di uccidersi piuttosto che sopportare ulteriormente tale inferno).
Tutti i loro averi sono su quel carrello; il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare dei viveri. Si succedono così una serie di episodi e incontri: la visita alla casa d'infanzia dell'uomo; l'esplorazione di un supermarket abbandonato, il figlio che beve per la prima volta una lattina di coca cola (il bambino è nato proprio nei giorni del disastro, e quindi non possiede ricordi che siano precedenti all'apocalisse: il padre tenta di tramandargli la memoria di un'epoca dimenticata nella cenere che il piccolo non ha mai vissuto). Quando i due incontrano un vecchio sperduto e sotto shock – il cui nome, Ely, è un chiaro riferimento al profeta Elia – questi inizia a blaterare che il bambino è una specie di prescelto, un messia che riporterà la luce nel mondo. E poi ancora treni abbandonati, villaggi devastati, case miracolosamente scampate ai saccheggi: ma sempre all'interno di un paesaggio estinto, infernale, in cui l'unico colore è quello delle fiamme degli incendi che ancora bruciano alberi morti.
La natura, come sempre nei romanzi di McCarthy, è uno specchio infranto che non rimanda altro che un riflesso di orrore e mistero impenetrabile, trascendente: un qualcosa che nella distruzione rivela il suo volto terribile e cieco, forse divino, di certo disumano, impietoso, indifferente.
La violenza e la brutalità che già erano la cifra caratteristica dei suoi romanzi western così come dell'ultima opera d'ambientazione contemporanea (Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2006; cfr. "L'Indice", 2006, n. 5), assurgono qui a una dimensione allo stesso tempo letterale e metafisica: la morte, la negatività, la caduta sembrano essere gli atomi fondamentali di cui è composta la realtà. E contemporaneamente l'unico orizzonte possibile di un universo gnostico in cui la colpa – l'esistenza – coincide con la pena.
Ma in tutta questa devastazione spicca lo struggente rapporto tra padre e figlio, l'amore insuperabile che li lega. Le poche e asciutte parole che si scambiano sono imbevute di un affetto dall'inaspettata dimensione domestica, familiare. Il loro rapporto, le rassicurazioni che cercano l'uno nell'altro, le storie che il padre racconta al figlio di fronte a una notte senza fine o la fiducia che il bimbo riserva al genitore scrivono pagine di grande emozione, capaci di riscattare – e approfondire – una visione del mondo altrimenti tanto cupa da risultare grottesca. È questa inaspettata tenerezza, disperata e malinconica, il regalo più importante che McCarthy riserva ai suoi lettori.
La strada non è solo un testo visionario e potentissimo, ma anche un romanzo inaspettatamente avvincente, spettacolare, ricco di tensione e di curiosità per il destino dei due personaggi. Le avventure vissute dai due protagonisti riescono a tenere il lettore con il fiato sospeso, a farlo appassionare a questo mondo fantastico e pericoloso che ha qualcosa degli zombie movie di Romero. Il tutto viene però filtrato da un'"immaginazione della fine"quasi beckettiana che sembra contenere in sé l'intera tradizione "apocalittica" novecentesca, da T. S. Eliot a Philip Dick, oltre che da una tensione morale e stilistica che pochi altri autori oggi riescono a permettersi. Una lingua (resa in maniera eccellente dalla traduzione di Martina Testa con il contributo di Maurizia Balmelli) secca, asciutta ed essenziale, che non ha più Faulkner o Melville come modelli. Se proprio volessimo cercare dei modelli letterari dovremmo rivolgerci più alla tagliente precisione del miglior Hemingway, a cui McCarthy deve anche un certo modo di disegnare il rapporto padre e figlio, il loro immergersi nella natura (anche se nuclearizzata, in questo caso), e una certa idea di "uomo d'azione" che rivive nel personaggio del padre. Ma allo stesso tempo McCarthy riesce a ottenere una lingua solenne, profetica, biblica, in cui ogni immagine diventa immediatamente allegoria, ogni figura è rimando sfuggente a un significato ormai estinto. O forse di là da venire: perché non si può negare il sottotesto mistico, se non letteralmente cristologico, che La strada possiede. D'altronde non c'è apocalisse che alla fine del mondo non faccia seguire il ritorno del Messia, del Figlio risorto che fonda il regno millenario sulle rovine della storia. Il viaggio dei due personaggi, il destino che aspetta il figlio, la sua empatia, la sua volontà di cercare o di fondare un sistema morale – le continue richieste che rivolge al padre per aiutare le persone e i disperati che incontrano nel loro viaggio, la pietà che riserva ai sopravvissuti – spingono verso questo tipo di interpretazione, senza però mai fornire certezze conclusive.
La strada potrebbe essere quasi catalogato come un'opera di fantascienza, ben piantata nella solida tradizione del filone catastrofico-apocalittico, se non fosse anche il romanzo di McCarthy più intenso, visionario e definitivo, oltre che uno dei più belli e struggenti che il nuovo secolo ci abbia, per ora, offerto. Un romanzo enigmatico, misterioso, che da una parte spinge il lettore a cercare una chiave che ne risolva il segreto, dall'altra resta refrattario a ogni tentativo di decifrarlo. Impenetrabile, altero, struggente. Così come le parole su cui si chiude: "Una volta nei torrenti di montagna c'erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell'acqua ambrata con la punta ambrata delle pinne che ondeggiavano piano nella corrente. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano le mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell'uomo, e vibrava di mistero".
  Francesco Guglieri

Recensioni dei clienti

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    Raffaele

    29/04/2016 23.03.01

    Non mi è piaciuto, la storia è banale e piuttosto prevedibile, i dialoghi anche; nulla di nuovo o di particolarmente interessante, forse la grandezza dell'Autore va cercata in altri romanzi.

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    Giacomo

    08/09/2015 17.27.18

    Quando la prosa sfiora la poesia. McCarthy è uno dei più grandi scrittori viventi (e non so gusti) e la strada è uno dei suoi più grandi capolavori. Potente e struggente. Parlare di originalità e incasellarlo in un genere è riduttivo e senza senso, l'ambientazione poteva essere il far west come la luna. Leggetelo se avete un cuore.

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    linus

    23/10/2014 15.09.30

    Ho scoperto da circa un anno questo scrittore.Prima ho letto "Non un Paese per vecchi" e poi "La Strada". E' uno scrittore affascinante nella sua asciuttezza. Essenziale, grande scrittura. Questo libro è poi molto tenero:intenso rapporto padre-figlio.

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    angelo

    08/09/2014 10.18.04

    Ingredienti: un padre e un figlio in un viaggio solitario, un mondo grigio e sterile coperto di cenere dopo una catastrofe imprecisata, un'umanità brutale dedita solo alla sopravvivenza e al saccheggio, una via da percorrere come ultima speranza di vita. Consigliato: ai pessimisti che prevedono imminenti apocalissi, agli ottimisti convinti che solo i bambini potranno salvare il mondo.

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    Stefano

    05/08/2014 08.40.26

    Nella desolazione di un mondo spettrale, annientato dall'apocalisse nucleare, un uomo e un bambino, suo figlio, sono chiamati a ricostruire una sopravvivenza che appare assurda e improponibile. Qui il nocciolo di questo libro bellissimo. Qualcuno lo ha definito statico, fermo nella disperazione irrisolta dello scenario iniziale di distruzione totale, con scarso sviluppo della trama narrativa. Ma non va cercato qui il valore del testo. Questo libro va letto, piuttosto, come paradigma della vita distrutta che è chiamata a ricrearsi senza un obiettivo realistico possibile se non l'impegno a continuare, a non arrendersi, a sperare ancora e sempre. Pure contro ogni verosimile speranza. In questo senso, la strada, cioè il cammino che i due protagonisti decidono di percorrere, ha due valenze, decisamente antinomiche. Da una parte la strada è luogo da evitare, lo scenario dove si addensano i pericoli, le insidie, gli agguati della vita. Dall' altra, costituisce comunque la sollecitazione a muoversi, a riprendere i rischi del cammino senza fermarsi alle sicurezze effimere di rifugi transitori. La meta forse è proprio questa fedeltà caparbia al procedere incessante e al continuo ricominciare che è poi la sintesi del vivere.

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    TommasoB

    17/06/2014 17.56.47

    Mi aspettavo davvero molto da questo libro perchè avevo letto numerose recensioni dove veniva descritto come un capolavoro prima di iniziare la mia lettura. Sono rimasto in parte deluso. Il libro che si pone come un romanzo psicologico in un mondo post guerra nucleare decolla dopo veramente troppe pagine. I primi capitoli simili e ripetitivi sembrano essere stati aggiunti dopo per aumentare le pagine. Nel finale il libro si migliora ma senza rafgiungere grandi vette. Alcuni passaggi e situazioni, specialmente dove i due vagabondi incontrano altri esseri umani prendono comunque il lettore. Lo consiglio a chi vuole leggere un romanzo psicologico incentratro sulla figura paterna.

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    giuliog02

    17/04/2014 00.22.33

    Un libro diabolico, che, benché apparentemente ben scritto, non mi sento di consigliare. La parte introduttiva é distaccante, statica, ripetitiva, medievale nella creazione dell'angoscia nel lettore. E' zeppo di incongruenze, troppo lunghe a descriversi. All'improvviso, circa a metà romanzo, l'Autore cambia ritmo, dopo alcuni spunti interessanti come quello del treno fermo, abbandonato sui binari, si riempie un poco più di vita, si intravvede il cammino della speranza, diviene un poco più chiara la trama di quest'odissea e le ultime quaranta-cinquanta pagine sono davvero all'altezza della fama dell'Autore e del suo precedente splendido " Non é un paese per vecchi ". In talune addirittura sublime. E' un libro che fa pensare. Purtroppo l'introduzione é troppo artificiosa e protratta. Varrebbe la pena leggere solo le ultime 120 pagine.

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    Mirco Mosconi

    13/03/2014 23.19.43

    Ho letto tutto di Mc Carthy. Questo libro e' semplicemente il vertice della parabola di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Una storia di una potenza senza pari. Una rasoiata, un labirinto senza via d'uscita, un baratro angoscioso dal quale non puoi tornare. E alla fine apparentemente inconcepibile il "lieto fine". Da padre di un bambino piccolo una frase tra le tante che descrivono la filosofia di Mc Carthy. Il padre guarda il figlio che dorme e teneramente gli parla: "se non sei tu il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato".

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    Zuckerman

    01/03/2014 19.40.33

    Un banalissimo ed insignificante déjà-vu.

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    Captachab

    18/02/2014 19.33.54

    Molta fatica a leggerlo. Se si togliessero le parole cenere, grigio, fuliggine, bruciato rimarrebbe metà libro. Certo il mondo dopo l'apocalisse non può essere rosa e fiori, ma le descrizioni sono ripetitive e noiose. Il protagonista non ha capito una cosa: in un mondo del genere l'unico modo di sopravvivere e' ricostituire una società tribale: se rimani da solo sei morto.

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    Patrick

    30/10/2013 15.29.56

    Letto in 2 giorni, freddo, asciutto ma allo stesso tempo magistralmente descrittivo. Un viaggio nel nulla di uno scenario post-apocalittico dove l'unica cosa che tiene in vita i 2 è il loro amore. Finito con gli occhi gonfi di lacrime. Concordo con chi dice che ogni padre dovrebbe leggerlo. Meraviglioso!!!!

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    Leonardo Banfi

    15/10/2013 12.32.48

    Un autore in grado di fare incollare gli occhi alle pagine che scorrono maestosamente. Una storia sorprendentemente toccante ma allo stesso tempo carica di tensione, orrore, disperazione, fame e piccoli momenti di gioia. L'utilizzo delle parole calcolato, la contrapposizione tra un padre che conosce il vecchio mondo e che lotta per sopravvivere lungo la strada della salvezza e un figlio innocente, all'oscuro di come era il mondo prima della distruzione, che lo accompagna crescendo e imparando a sopravvivere col padre. Un percorso fisico in direzione sud e uno interiore, la fine di una delle loro vite, in un mondo devastato che ha lasciato sotto i loro passi pesanti e deboli solo macerie e distruzione. Due esseri umani che lottano contro la loro specie per sopravvivere, che lottano per non essere mangiati. Un viaggio interiore dei due, le domande del piccolo al padre, unico punto di riferimento e un padre a cui preme portare in salvo il figlio e insegnarli a sopravvivere il piu' a lungo possibile, loro sono i buoni alla ricerca dei buoni, loro portano il fuoco. Una trama ben sviluppata con una scrittura scorrevole. Cio' che viene narrato si materializza davanti agli occhi. Un romanzo che si legge quasi in apnea

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    contessa

    10/10/2013 14.14.17

    Grande esempio di ottima scrittura. Impressionante risultato letterario...un libro assolutamente statico, che però mi faceva scorrere avanti con sè.. Da qualsiasi punto del libro,anche aprendolo a caso, si percorre la strada insieme al papà , al bambino e al carrello...come se tutto cominciasse da lì per il lettore, esattamente come tutto è cominciato da un punto indefinito per i protagonisti. Non metto il voto massimo solo perchè ho trovato spesso irritanti i dialoghi tra padre e figlio.

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    Simone

    26/08/2013 17.47.49

    L'amore, la speranza, la lotta, la pietà. Da studiare a scuola. Da regalare a chiunque abbia un figlio. Questo libro ha segnato la mia vita ed il mio modo di essere padre.

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    Rob 63

    20/08/2013 19.41.40

    che grandissimo libro! che grandissimo scrittore! sicuramente uno dei più bei libri mai scritti in assoluto! Anche il film tratto dal libro, che pure è un bel film, non riesce a rendere neanche una pallida idea delle emozioni che suscita questa lettura. Mc Carthy ha uno stile ed una padronanza della scrittura sconvolgente. Sembra addirittura che sia semplice scrivere così. Ho apprezzato quello che ha scritto Baricco di Mc Carthy, cioè che riesce ad essere freddissimo e profondamente passionale al tempo stesso! Che grande! E pensare che a scuola, ancora, fanno studiare "I promessi sposi"... E' un peccato che una così grande letteratura sia roba per pochi.

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    Gloria

    04/04/2013 22.53.42

    Sarà che difficilmente mi trovo d'accordo con la maggioranza, ma devo dire che fatico a compredere l'entusiasmo per questo libro. Non mi aspettavo affatto un libro di fantascienza, e mi capita spesso di amare libri in cui succede poco o niente, ma l'assenza di azione è solitamente compensata dal pensiero che scaturisce dalle pagine. Ma qui gli spunti di riflessione sono pochi e poco originali, come l'ambientazione, a mio parere piuttosto banale e che sa di già visto. Ho fatto davvero molta fatica ad arrivare alla fine.

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    AndreaSereSara

    28/03/2013 12.49.15

    Un libro stupendo, da consigliare a chiunque! La prima cosa che ho fatto appena l'ho finito è stata quella di portarlo a mio padre perchè lo leggesse anche lui. Ho trovato molto ben fatto anche il film The Road, con Viggo Mortensen. Segue in maniera precisissima la storia narrata nel libro, e secondo me ti fa rivivere le medesime emozioni. Consiglio anche quello.

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    Roberto Fasoli

    26/10/2012 10.13.03

    Se mi dovessero chiedere qual'è stato il libro della mia vita (e ne ho letti parecchi), non esiterei a rispondere: "La Strada" di Cormac McCarthy. Può darsi che, in futuro, cambi idea. Forse mi capiterà di leggere qualcosa di altrettanto coinvolgente, chissà... Ma una cosa è certa: questo romanzo occuperà per sempre un posto speciale dentro di me. Comprendo la delusione di chi l'ha approcciato aspettandosi di leggere un romanzo di fantascienza. Grave errore, questo. L'ambientazione "fantascientifica" è solo lo sfondo necessario, anzi indispensabile, a creare una situazione estrema, a sua volta indispensabile a mettere in scena l'estremo sentimento di amore che lega padre e figlio. Questo è il punto. L'amore e la speranza. Perchè non è affatto vero che la disperazione totale, nichilistica, stia alla radice di questo capolavoro. Il romanzo termina con un messaggio di speranza, incaranata dal bambino che, mentre scorrono le pagine, assume gradualmente i connotati salvifici di un nuovo redentore.

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    Lorenzo

    06/08/2012 14.25.21

    Ho letto questo libro dopo aver visto il film, cercando risposte o approfondimenti che mi avevano lasciato un grande vuoto. Non le ho trovate. Ma non sono neanche riuscito a smettere di leggere pagina dopo pagina una storia che nella sua tristezza rappresenta l'amore di un padre verso un figlio ed il suo desiderio di condurlo verso un futuro migliore. Immaginare un mondo post apocalittico e'cosa che molti scrittori hanno fatto in passato. Cercare di immaginare che tipo di sopravvivenza in un mondo "cannibale" ci possa essere e'riscito a pochi. McCarthy riesce nell'impresa pienamente: ti conduce in un viaggio cupo, intenso e solitario, che porta alla luce interrogativi che le nostre paure molto spesso ci pongono.

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    armando

    13/07/2012 21.42.35

    «Ce la caveremo, vero, papà? Sí. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sí. Perché noi portiamo il fuoco." La Strada è uno dei romanzi più commoventi che mi sia mai capitato di leggere.Con una narrazione cruda,scarna fino all'inverosimile,Mccarthy riesce a trasmettere in maniera impeccabile il senso di vuoto che pervade il libro,ambientato in un desolante scenario post-apocalittico.A dominare la scena sono i due protagonisti:un padre e un figlio senza nome,che coraggiosamente continuano a vivere in un mondo in cui sembra essere rimasta solo la morte.Nella loro solitaria traversata nel deserto,in cui la speranza vacilla costantemente e la morte è un pericolo incessante,i due trovano nel loro reciproco amore,il fuoco evocato più volte dal padre,la forza di non arrendersi,il coraggio di alzarsi ogni mattina e continuare ad andare avanti.Il viaggio giunge così alla sua conclusione e il padre muore tra le braccia del figlio per le pessime condizioni di salute,ma grazie alla sua perseveranza nel percorrere giorno per giorno la strada,il bambino,figura simboleggiante la rinascita e che in alcuni frangenti assume quasi i tratti di un piccolo messia,riesce a trovare alla fine i pochi uomini civili ancora rimasti e si unisce alla loro piccola isola di umanità,portando con se la fiammella della speranza in un futuro migliore.

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