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La strada Cormac McCarthy
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Descrizione

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all'olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d'infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l'uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile...
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Dettagli

2
2007
11 settembre 2007
218 p., Rilegato
9788806185824

Valutazioni e recensioni

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Edgardo
Recensioni: 5/5

Un' apocalisse ha ridotto il mondo in cenere. Padre e figlio, senza nome, cercano di sopravvivere vagando in terre desolate e popolate da pochi altri superstiti, per lo più predoni pronti ad ammazzare per un po' di cibo. La Terra è diventata un luogo inospitale, il sole è pallido, il mare non è più blu; orrore, cenere, atti di cannibalismo, cadaveri decomposti o bruciati ovunque. E tu sei lì, con padre e figlio, mentre "percorrono quel mondo senza vita come criceti nella ruota". Eppure, in questa desolazione, emerge con forza dirompente il loro legame d'amore che non termina neanche con la fine del mondo! I dialoghi finali tra padre e figlio sono fra i più commoventi mai scritti. "Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi". "Portami con te, ti prego" ; "Non posso, non ce la faccio a tenere fra le braccia mio figlio morto". Alla fine, con un evento quasi soprannaturale, il bambino incontrerà finalmente quei 'buoni' che stava cercando col padre. Capolavoro assoluto!

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Stefano
Recensioni: 5/5

Le prime 20/30 pag. sono state difficili. Le molte descrizioni dei paesaggi che i due protagonisti attraversavano e i dialoghi scarni tra i due rendevano il tutto molto noioso e più di qualche volta ho pensato di abbandonare la lettura. Ma poi a un certo punto ho "capito" (capito è una parola grossa ma non ho trovato altri termini) la chiave di lettura e WOWWWW! Uno dei più bei romanzi che abbia mai letto. Bellissimo il dialogo finale tra il padre e il figlio, così come anche la scena dell'incontro con il vecchio. In questo libro tutto viene ridotto all'essenziale, anche i dialoghi, facendoti riflettere sulle cose essenziali della vita. Un libro che parla della vita attraverso la morte. Un esempio di questo è proprio all'inizio del romanzo quando l'uomo entrando in una stazione di servizio abbandonata alza la cornetta del telefono e compone il numero del padre (pur sapendo che dall'altra parte non risponderà mai nessuno) e il bambino gli dice "Cosa stai facendo?" e la scena termina così. Poche righe. Descrizioni, gesti e parole soppesate, ridotte all'osso, ma così dense di significato. CAPOLAVORO!

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S.COLE
Recensioni: 5/5

Una storia irreale, assurda e difficile da commentare ma emozionante. Uno di quei libri che non passa senza lasciare qualcosa. Qualcosa di molto personale e per questo difficile da recensire. Da leggere, senza ombra di dubbio.

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Recensioni

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Voce della critica

"Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te".
Un padre e un figlio, senza nome, senza niente che non sia il legame indissolubile che li unisce. Non esiste più nient'altro: non esiste più il mondo, la storia, il tempo, la civiltà, non esistono più le città, le case, le famiglie, non esiste più neanche il cielo – perennemente oscurato, plumbeo "come l'inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo". Esiste solo la strada lungo cui spingono i loro scarsi averi – qualche coperta, il poco cibo in scatola rimasto – dentro il carrello arrugginito di un supermercato. Si spostano verso sud, verso il mare, dal cuore dell'America al Golfo del Messico, in cerca della speranza di un po' di calore, di luce. Ma ciò che gli si apre di fronte è un oceano vasto e freddo che ha "la desolazione di un qualche mare alieno che bagna le coste di un pianeta sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata".
Nel nuovo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, un non meglio specificato disastro planetario – probabilmente una guerra nucleare, o un meteorite scagliato dall'alto dei cieli – ha posto fine alla vita sulla terra: ogni forma di vita, animale o vegetale, è stata spazzata via, i pochi sopravvissuti non hanno più nulla di umano e attraversano quest'immensa terra desolata in cerca di cibo come morti che camminano. E poco importa se il "cibo" è un altro essere umano: il cannibalismo è solo uno dei tanti orrori che la fantasia scatenata di McCarthy ci offre, quasi non ci fosse un fondo all'abisso, ma solo nuove parole per declinare un infinito catalogo di sofferenze. La catastrofe ha rivelato lo scheletro – come se a un'esplosione sopravvivessero solo le ossa bianche e scarnificate – della società, se non della natura, secondo McCarthy: una brutale lotta per la sopraffazione reciproca, in cui gli esseri umani sono nettamente divisi tra carnefici e vittime, tra cannibali e prede.
Sono passati dieci anni da quella catastrofe: padre e figlio sono riusciti a sopravvivere fino adesso, ma non resisteranno un altro inverno. Il romanzo è il racconto del dolente e disperato pellegrinaggio verso il mare, delle difficoltà e degli incontri che accadono loro lungo la via, solo ogni tanto intervallati dai ricordi e dai sogni dell'uomo (soprattutto sulla moglie – la madre del bimbo – che decide di uccidersi piuttosto che sopportare ulteriormente tale inferno).
Tutti i loro averi sono su quel carrello; il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare dei viveri. Si succedono così una serie di episodi e incontri: la visita alla casa d'infanzia dell'uomo; l'esplorazione di un supermarket abbandonato, il figlio che beve per la prima volta una lattina di coca cola (il bambino è nato proprio nei giorni del disastro, e quindi non possiede ricordi che siano precedenti all'apocalisse: il padre tenta di tramandargli la memoria di un'epoca dimenticata nella cenere che il piccolo non ha mai vissuto). Quando i due incontrano un vecchio sperduto e sotto shock – il cui nome, Ely, è un chiaro riferimento al profeta Elia – questi inizia a blaterare che il bambino è una specie di prescelto, un messia che riporterà la luce nel mondo. E poi ancora treni abbandonati, villaggi devastati, case miracolosamente scampate ai saccheggi: ma sempre all'interno di un paesaggio estinto, infernale, in cui l'unico colore è quello delle fiamme degli incendi che ancora bruciano alberi morti.
La natura, come sempre nei romanzi di McCarthy, è uno specchio infranto che non rimanda altro che un riflesso di orrore e mistero impenetrabile, trascendente: un qualcosa che nella distruzione rivela il suo volto terribile e cieco, forse divino, di certo disumano, impietoso, indifferente.
La violenza e la brutalità che già erano la cifra caratteristica dei suoi romanzi western così come dell'ultima opera d'ambientazione contemporanea (Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2006; cfr. "L'Indice", 2006, n. 5), assurgono qui a una dimensione allo stesso tempo letterale e metafisica: la morte, la negatività, la caduta sembrano essere gli atomi fondamentali di cui è composta la realtà. E contemporaneamente l'unico orizzonte possibile di un universo gnostico in cui la colpa – l'esistenza – coincide con la pena.
Ma in tutta questa devastazione spicca lo struggente rapporto tra padre e figlio, l'amore insuperabile che li lega. Le poche e asciutte parole che si scambiano sono imbevute di un affetto dall'inaspettata dimensione domestica, familiare. Il loro rapporto, le rassicurazioni che cercano l'uno nell'altro, le storie che il padre racconta al figlio di fronte a una notte senza fine o la fiducia che il bimbo riserva al genitore scrivono pagine di grande emozione, capaci di riscattare – e approfondire – una visione del mondo altrimenti tanto cupa da risultare grottesca. È questa inaspettata tenerezza, disperata e malinconica, il regalo più importante che McCarthy riserva ai suoi lettori.
La strada non è solo un testo visionario e potentissimo, ma anche un romanzo inaspettatamente avvincente, spettacolare, ricco di tensione e di curiosità per il destino dei due personaggi. Le avventure vissute dai due protagonisti riescono a tenere il lettore con il fiato sospeso, a farlo appassionare a questo mondo fantastico e pericoloso che ha qualcosa degli zombie movie di Romero. Il tutto viene però filtrato da un'"immaginazione della fine"quasi beckettiana che sembra contenere in sé l'intera tradizione "apocalittica" novecentesca, da T. S. Eliot a Philip Dick, oltre che da una tensione morale e stilistica che pochi altri autori oggi riescono a permettersi. Una lingua (resa in maniera eccellente dalla traduzione di Martina Testa con il contributo di Maurizia Balmelli) secca, asciutta ed essenziale, che non ha più Faulkner o Melville come modelli. Se proprio volessimo cercare dei modelli letterari dovremmo rivolgerci più alla tagliente precisione del miglior Hemingway, a cui McCarthy deve anche un certo modo di disegnare il rapporto padre e figlio, il loro immergersi nella natura (anche se nuclearizzata, in questo caso), e una certa idea di "uomo d'azione" che rivive nel personaggio del padre. Ma allo stesso tempo McCarthy riesce a ottenere una lingua solenne, profetica, biblica, in cui ogni immagine diventa immediatamente allegoria, ogni figura è rimando sfuggente a un significato ormai estinto. O forse di là da venire: perché non si può negare il sottotesto mistico, se non letteralmente cristologico, che La strada possiede. D'altronde non c'è apocalisse che alla fine del mondo non faccia seguire il ritorno del Messia, del Figlio risorto che fonda il regno millenario sulle rovine della storia. Il viaggio dei due personaggi, il destino che aspetta il figlio, la sua empatia, la sua volontà di cercare o di fondare un sistema morale – le continue richieste che rivolge al padre per aiutare le persone e i disperati che incontrano nel loro viaggio, la pietà che riserva ai sopravvissuti – spingono verso questo tipo di interpretazione, senza però mai fornire certezze conclusive.
La strada potrebbe essere quasi catalogato come un'opera di fantascienza, ben piantata nella solida tradizione del filone catastrofico-apocalittico, se non fosse anche il romanzo di McCarthy più intenso, visionario e definitivo, oltre che uno dei più belli e struggenti che il nuovo secolo ci abbia, per ora, offerto. Un romanzo enigmatico, misterioso, che da una parte spinge il lettore a cercare una chiave che ne risolva il segreto, dall'altra resta refrattario a ogni tentativo di decifrarlo. Impenetrabile, altero, struggente. Così come le parole su cui si chiude: "Una volta nei torrenti di montagna c'erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell'acqua ambrata con la punta ambrata delle pinne che ondeggiavano piano nella corrente. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano le mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell'uomo, e vibrava di mistero".
  Francesco Guglieri

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Conosci l'autore

Cormac McCarthy

1933, Providence (Rhode Island)

Scrittore americano, è cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l'Università, abbandonandola per ben due volte.Entrato nel '53 nell'Air Force, vi è rimasto per quattro anni.Ha vissuto anche a El Paso, in Texas, e a Tesuque, nel Nuovo Messico.McCarthy non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l'eccezione dell'intervista televisiva con Oprah Winfrey).Tra le sue opere ricordiamo Il guardiano del frutteto, Il buio fuori, Suttre, Meridiano di sangue, Oltre il confine e Città della pianura. Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.Con La strada del 2007 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa.Dalle opere di McCarthy sono stati ricavati diversi film: nel 2000, Cavalli selvaggi è stato trasposto nel film...

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