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Michael Löwy

Traduttore: M. Pezzella
Collana: Temi
Anno edizione: 2004
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788833914497

"Ho concluso un piccolo saggio sul concetto di storia, un lavoro che non è stato ispirato solo dalla nuova guerra, bensì dall'esperienza complessiva della mia generazione, la quale dev'essere tra quelle più duramente tartassate dalla storia", scriveva Benjamin il 5 maggio 1940.

La pubblicazione dell'edizione critica delle tesi Sul concetto di storia (Einaudi, 1997; cfr. "L'Indice" 1998, n. 3) ha rinnovato l'interesse per quello che, per essere stato scritto pochi mesi prima del tragico suicidio nel settembre 1940 alla frontiera spagnola, è una sorta di testamento filosofico-politico che conclude, abbandonato l'entusiasmo costruttivistico per le tecniche della società di massa che condivise per qualche anno con Brecht, il periodo "marxista" di Walter Benjamin, iniziato a Capri nel 1924, quando lesse Storia e coscienza di classe di Lukács e la regista lettone Asja Lacis lo conquistò al comunismo. Le virgolette sono opportune perché Benjamin fu "il più strano marxista che questo movimento, non povero di stranezze, abbia prodotto" (Hannah Arendt) e la stretta trama in lui di materialismo storico e pensiero religioso ebraico viene sciolta dagli interpreti ora a favore di un filo ora dell'altro, per cui - come scrisse anni fa Cesare Cases - non si è ancora ben capito se il congegno teorico benjaminiano "era un automa materialistico con dentro un nano teologico, oppure un automa teologico con dentro un nano materialistico".

Il libro di Löwy, che già aveva dedicato un denso capitolo a Benjamin nel saggio Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea (Bollati Boringhieri, 1992), sottolinea la profonda ammirazione dello scrittore per l'amico Gershom Scholem e i suoi studi cabbalistici, insieme all'ascendente esercitato dalla Stella della redenzione di Franz Rosenzweig e dalla filosofia religiosa della storia del Microcosmo (1856-64) di Hermann Lotze. Ma in Benjamin "Dio è assente e il compito messianico è interamente affidato alle generazioni umane. Il solo messia possibile è collettivo", sicché "il religioso e il politico mantengono in Benjamin un rapporto di reversibilità reciproca, di scambievole traduzione, che sfugge a ogni riduzione unilaterale".

La critica delle illusioni del progresso, culminante nell'immagine dell'Angelus Novus di Klee che volta le spalle al futuro e guarda con orrore il cumulo delle macerie, l'enfasi sulle discontinuità di ciò che chiamiamo storia ("una corda molto sfilacciata e svolta in mille matasse", dice nei materiali preparatori), la memoria del passato oppresso e l'appello delle generazioni trascorse alla presente, la dialettica tra cultura e barbarie, tra dominio sulla natura e dominio sugli uomini, le rivoluzioni non come locomotiva della storia ma come "ricorso al freno d'emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno", il volto tecnocratico dei fascismi - per nulla anacronistici - e delle socialdemocrazie... Ci sono nelle tesi di Benjamin, che voleva "spazzolare la storia a contropelo", intuizioni e svolgimenti che ne fanno un documento filosofico e storico di prim'ordine, senza che ci sia bisogno, come fa Löwy, di attualizzarlo con richiami a Ché Guevara e agli zapatisti.