Lettera ai contadini sulla povertà e la pace

Jean Giono

Curatore: M. G. Gini
Collana: Saggi
Edizione: 2
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 2 settembre 2004
Pagine: 123 p., Brossura
  • EAN: 9788879287203
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    Riccardo

    10/05/2006 18:07:59

    Un libro che stupisce per la straordinaria attualità e lucidità di analisi. Al difuori di ogni ideologia, ma vicino al cuore di ciascuno.

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    alessandro salerno

    12/03/2006 16:12:16

    Il libro è di una chiarezza e di una bellezza sfolgoranti, soprattutto nella parte centrale dove si parla della civiltà contadina. Non è un libro da relegare nel passato, come un appello non raccolto prima della catastrofe della seconda guerra mondiale. E' un appello sempre valido per ciascuno di noi. E' una verità accecante che dà fastidio a occhi abituati all'oscurità e al sonno. Oggi è uno dei manifesti dell'ecologia e del pacifismo radicali ed è anche un programma per un'alternativa realmente praticabile e a portata di mano. Chi oggi può sostenere ancora che il capitalismo non stia portando all'autodistruzione del pianeta dopo aver già distrutto la società, la salute, la cultura?

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    paolo

    02/11/2004 18:55:40

    grazie jean per quello che ci insegni...

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Sempre diffidare di chi è felice, anzi di colui che proclama di esserlo. In questo senso, nessun autore del Novecento francese lo è stato quanto Jean Giono (1895-1970), vagabondo cantore di Pan nel boschi del Midi e a suo modo antesignano del pensiero ecologista, a proposito del cui capolavoro, L'Ussaro sul tetto (1951), si è speso tante volte il nome grande di Stendhal e dunque della felicità narrativa per antonomasia. Ora, l'uscita in italiano del pamphlet scritto e pubblicato da Giono nel '38, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, getta luce ulteriore sulla poetica e sull'ideologia di un autore che si voleva impolitico, o meglio anarchico, ma che fu ambiguo al punto da avere rapporti col regime di Vichy e da essere poi incarcerato con l'accusa di collaborazionismo. La lettura dell'epistola, un testo monocorde e ossessivo pure se diviso in paragrafi alla maniera di un trattatello, arruola d'acchito Giono fra i reazionari o meglio fra gli anticapitalisti di vena romantica.

Il suo ragionamento è schematico e molto conseguente: l'industria distrugge l'agricoltura; il denaro, propellente dell'industria, è la peste dell'economia rurale da sempre fondata sul baratto; la ricerca di denaro porta i contadini allo sradicamento (a divenire cioè operai inurbati) e ad accettare la logica del conflitto sociale all'interno e della guerra all'esterno per motivi di approvvigionamento e sussistenza. Tale accettazione equivale a caduta di valori secolari, tradimento e peccato. Corollari di un simile teorema sarebbero la rinuncia all'equilibrio naturale, la perdita della felicità e lo stato permanente di struggle for life, mentre la felicità coinciderebbe invece col perimetro di un podere, con l'accettazione dell'indigenza e con la rimozione della Storia da quello stesso perimetro. Singolare resta il fatto che proprio un narratore così ambizioso, restauratore del romanzo storico, manifesti simili fobie. Che intorno bruci l'estate di Monaco, che ci si batta pro o contro il Fronte Popolare, per lui conta decisamente meno di un movente presto divenuto idea fissa, vale a dire l'istintiva ostilità tanto al capitalismo quanto alla classe operaia, l'odio per il cosiddetto "formicaio" urbano, il quale gli fa scrivere: "Il pover'uomo della città è un contadino che ha perduto tutto. C'era un'agiatezza del gesto e della vita. A quei tempi non esistevano i nuovi significati che i tempi moderni e i partiti politici moderni hanno dato alle parole agiatezza e abbondanza. Accanto all'agiatezza dei tempi passati, i tempi moderni hanno cercato un'agiatezza che rende servizio al corpo dell'uomo solamente attraverso il denaro. Ed è lo stesso per l'abbondanza".

Chi legga a contrasto le pagine di Paul Nizan, in Cronaca di settembre (1939), sorrette da una limpida analisi della circostante situazione politico-sociale, può intuire i motivi di un simile accecamento. Perché anche quando è più lucido e toccante, quando parla cioè della propria esperienza nella prima guerra mondiale e delle guerre in genere come stragi di soldati/contadini, Jean Giono non sa distogliersi dal suo ingombrante pregiudizio; né immagina di darsi al nemico e bestemmiare la felicità nello stesso momento in cui, cantandone l'idillio, si appella al Sangue e al Suolo.