Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 13 aprile 2017
Pagine: 372 p., Rilegato
  • EAN: 9788817093545
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Descrizione
Si può scrivere un grande romanzo su Dio senza fidarsi di lui, senza credere alla sua esistenza, e allo stesso tempo dare vita al religioso più vero e credibile dal Prete bello di Parise? Al lettore la risposta.

A chi apparteniamo? A quale legge ubbidiamo? Per un prete che significa, davvero, amare Dio? Questo si chiede don Leo nel- le sue giornate divise tra oratorio, mensa dei poveri (che sono sempre di più anche nella Milano del nuovo skyline da bere e da mangiare), ripetizioni ai bambini in difficoltà, messe celebrate con confratelli molto diversi da lui. Un prete è un uomo mangiato, potato come una vigna; la vita privata di un prete sono gli altri e don Leo lo sa bene, mentre cerca risposte in un dialogo con un Dio che lo spia e lo ascolta dalla sua Onnipotenza ma risponde a strappi, con frasi ambigue e talvolta dispettose. Un Dio che sembra non riuscire mai a liberarsi dall’ombra del suo Avversario. In un’epoca in cui la sottomissione a Dio è diventata un tema geopolitico, Walter Siti scrive un romanzo che stordisce e lascia nudi di fronte al dolore e alle domande sul senso profondo della fede e del tempo che viviamo. Se è vero che siamo passati dall’epoca del desiderio a quella del bisogno, questo romanzo brucia tutto perché non tralascia nessun eccesso o contraddizione: l’assenza dei padri, la bellezza di chi sa ancora sperare, l’amore per corpi troppo nuovi. Non c’è pietà ma profonda, intima pietas. Siti per la prima volta non partecipa come personaggio alla storia e lo fa con il suo libro più intenso, aperto, libero.

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    Francesca anais

    23/09/2018 09:23:57

    Un romanzo forte nei temi, che non indugia nello scabroso che mostra la fragilità umana e la necessità di aggrapparsi a Altissime ed infine certezze, che bruciano inevitabilmente a contatto con la realtà umana.

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    F.M.

    07/08/2018 21:24:36

    Walter Siti, scrittore interessante ma che a volte scrive troppo per “sentito dire”, ha scritto quello che a tutti gli effetti è un capolavoro del nostro tempo. Abbandonato il suo omonimo alter ego Walter Siti (protagonista della Trilogia del Dio impossibile), l’attenzione cade su un giovane parroco che non riesce a vivere con la sua ossessione: i corpi dei bambini. Il tema della pedofilia viene analizzato grazie anche a digressioni filosofico-religiose sul concetto di passione, male, crudeltà, dannazione e salvezza. Nessuno si salva alla fine, tutto brucia.

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    cristina

    24/07/2018 06:53:10

    A me è parso più "soft" rispetto a "Resistere non serve a niente", ma contiene comunque tracce di provocazione a volte al limite della decenza, ma ormai ho capito che Siti scrive così. Prendere o lasciare. Come nell'altro romanzo, ho trovato disturbante e noiosa la pletora di personaggi secondari, le loro voci, il loro apparire improvviso, decontesualizzato, il loro blaterare eccessivo.

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    Maurizio

    25/04/2017 13:53:00

    “i migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità” La citazione di Yeats è la migliore critica verso che si è surrettiziamente scagliato contro questo libro memorabile. Mala tempora currunt!

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Spenti i fuochi delle polemiche ora si può tornare con maggior ponderazione a parlare di questo romanzo straordinario, nel senso letterale del termine, ovvero di fuori dell’ordinario. […] Leo, il protagonista, è un prete scomodo, spigoloso, odiatore del compromesso. Pronto all’ascolto, non necessariamente alla comprensione. Leo pronuncia prediche non conciliate che allontanano i devoti. E non a caso. Vi si toccano temi delicati e complessi come quello del nostro gaio e turistico stile di vita, contrapposto alla nichilistica e orrorosa attrazione per la morte dei jihadisti. […] E tali riflessioni emergono con tanta maggior forza perché immerse nell’oceano nullificante del birignao milanese, dove la capacità mimetica di Siti raggiunge vette arbasiniane. […]. L’appassionato grido di Leo a un Dio che si nasconde risuona con sanguinoso strazio. Ci richiama alla nostra coscienza di uomini di oggi. E non possiamo non amare Leo e le sue drammatiche debolezze. […]. Insomma, ci viene suggerito, non prendiamo questo sgraziato uomo del Signore con la radicalità delle sue parole, dei suoi pensieri, dei suoi atti troppo sul serio. […] Abilmente, da narratore di vaglia, Siti ci guida a poco a poco verso il clou del romanzo, al grande tabù, il desiderio erotico nei confronti dei bambini. Chiariamo subito che a Leo piacciono i bambini, ma non pratica, non esercita; ha avuto un’unica storia da ventenne, non ancor sacerdote, con Massimo, ragazzino italo-bengalese. Nella chiesa ha cercato un rifugio, e pare avercela fatta. Si scandalizza, anzi, quando il vecchio e laido sacerdote da cui si confessa gli impartisce un’apologetica della pedofilia. Ma Massimo riemerge dal passato, lui pacificato, ma Leo no, e precipita nell’angoscia. […] Entra poi in scena l’altro straordinario personaggio del romanzo, il bambino Andrea, figlio di una famiglia disfunzionale, intelligentissimo e per questo asociale, che si innamora – anche fisicamente − del grassottello e paziente Leo. Ma Leo adesso è armato, o crede di esserlo. Non cede alla seduzione. Andrea si suicida e, come in una tragedia sofoclea, Leo espia una colpa di cui non è colpevole dandosi fuoco nella discarica di Malagrotta, dopo essersi dimesso, per lettera, da sacerdote. Dio non gli ha risposto, non ha risolto il suo problema […]. Il suicidio del bambino Andrea è un rovello che insegue Siti dalle sue letture dei Demoni e di Giuda l’oscuro, libri che ci rimandano al mistero dell’esistenza e insieme alla sua miseria infinita e alla sua incomprensibile bizzarria. Andrea risolve col suo gesto una situazione insanabile, che gli adulti non sono in grado di risolvere. […] Un libro spiazzante, affascinante, e insieme irritante. Se vogliamo un libro religioso, se per religione si intenda il desiderio di aprirsi oltre l’hic et nunc, in un’epoca in cui “il Male è quasi inevitabile perché impercepito e di uso”. […]

Recensione di Mario Marchetti.


«La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso». Lo scrive Walter Siti nella nota di Resistere non serve a niente, premio Strega 2013. Difficilmente sentirete uno scrittore proclamare il contrario: la fascinazione per il Bene non ha mai sedotto nessuno. A forza di lasciarsi sedurre dal Male, e cercarne la sua forma più estrema e sublime, si finisce però per indicizzare l’osceno come le categorie del porno, e renderlo meno appetibile del suo sbiadito antagonista.

In Bruciare tutto – dopo una prima parte che definire interlocutoria è quasi un eufemismo – Siti scopre le sue carte: qual è il Male assoluto? Ovvero qual è l’ultimo tabù rimasto nella società occidentale? Sì, ci avete preso: la pedofilia. Nonostante, a ricordarci la sua pole position sul podio dell’aberrazione, ci abbia pensato di recente anche il terzo episodio della serie tv Black Mirror – il distributore automatico di angosce e distopie contemporanee – Siti si sente in dovere di rispiegarcelo stilando un’apposita nota:

«Più ancora dell’incesto, l’assoluto tabù della nostra epoca; sacrilegio per definizione, basta accennarvi per sentirsi sporchi, basta che qualcuno ne sia portatore perché lo si consideri un rifiuto dell’umanità». La storia è questa: Don Leo – come ogni prete che si rispetti – è un uomo profondamente tormentato, in continuo dialogo con Dio. Ed è la parte più bella del libro, il suo rapporto con la fede, la tentazione di ogni amante mortale di mettere in dubbio il proprio oggetto del desiderio fino a rinsaldarne la potenza (“Se ci fosse un posto dove Dio non esiste, ci andrei di corsa a morire”).

La sua idea di Chiesa si scontra con ciò che sembra essere diventata oggi la religione cristiana per esercitare un appeal sulle masse: un distillato di benevolenza caritatevole (“un cristianesimo senza lische, a pronta digeribilità”, “una Bibbia con l’ammorbidente”) condita da linguaggio televisivo (“Leo morirebbe piuttosto che dire: ‘I Farisei avevano una concezione difensivistica, Cristo va all’attacco come la Juve’”). Eppure la stessa visione fustigatrice di Leo – un po’ meno psicotica di quella di The Young Pope di Paolo Sorrentino – finisce per tradursi nelle categorie di un dualismo televisivo da talk: “Un Cristo antipatico… intollerante… un po’ Travaglio e un po’ Gabanelli”.

Il mondo in cui si muove Leo è una Milano gentrificata, perbenista, “resuscitata dal centrosinistra”, devota alla “stylosophy solidale”, dove l’apparenza è tutto. I personaggi affiorano come comparse educate a essere semplicemente se stesse, rischiando il calco di tipologie da giornalismo culturale: sciure intellettuali con i libri di Salgado in salone e l’arredamento “molto shabby chic” (sì, pare si usi ancora questa espressione…), adolescenti che si azzuffano per l’ultimo modello di iPhone, artiste rimaste a secco di scopate rilevanti, “pupattole in tubino nero ai vernissage”, gigolò palestrati che non si sentono in colpa di fronte ai mariti perché restituiscono “mogli calde e felici”.

Soltanto postulando un mondo depotenziato dal proprio carattere eversivo, ormai appannaggio di un’altra civiltà (“i vostri stessi figli corrono dove si muore e si sgozza; hanno bisogno di sentirsi alla gola quella lama che voi avete sepolto e lasciato arrugginire”), squallidamente incapace di ogni forma d’amore che non sia la riduzione a desideri iper-esposti e disincantati, una zombitudine depressa e conformista, ipocrita, dall’indignazione facile, insomma una parodia di umanità, Siti riesce a dare corpo al suo tabù e gonfiarlo di lacerante passione (“non si può possedere l’assoluto, se ne può solo essere invasi”).

Il rimosso mai davvero rimosso che tormenta Leo è l’aver abusato (“il verbo preciso è ‘incularlo’”) di un 11enne quando lui aveva 21 anni. E come tutti i rimossi, a un certo punto verrà a bussarti alla porta. Siti – sedotto da Male – gioca sul filo del disturbante e non ci risparmia niente: confessori che di fronte all’atrocità di quella rivelazione rispondono: “Se gli va di traverso lo sperma è come lo yogurt, hi hi, tossiscono un po’ e basta”. Il senso ultimo della scrittura dovrebbe esser questo: la dannazione a seguire le proprie ossessioni.

Se resistere non serviva a niente, qui va bruciato tutto. Il punto è che quel “rogo” sembra apparecchiato con lo zelo certosino di una cena di Natale, e anche le ustioni più strazianti lasciano intravedere i ferri del mestiere. “Non permetterai che sia tentato al di sopra delle mie forze”, chiede Leo al Signore. E forse anche Walter Siti dovrebbe chiederlo per se stesso.

Recensione di Veronica Raimo.