Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 13/04/2017
Pagine: 372 p., Rilegato
  • EAN: 9788817093545
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    Maurizio

    25/04/2017 13:53:00

    “i migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità” La citazione di Yeats è la migliore critica verso che si è surrettiziamente scagliato contro questo libro memorabile. Mala tempora currunt!

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Spenti i fuochi delle polemiche ora si può tornare con maggior ponderazione a parlare di questo romanzo straordinario, nel senso letterale del termine, ovvero di fuori dell’ordinario. […] Leo, il protagonista, è un prete scomodo, spigoloso, odiatore del compromesso. Pronto all’ascolto, non necessariamente alla comprensione. Leo pronuncia prediche non conciliate che allontanano i devoti. E non a caso. Vi si toccano temi delicati e complessi come quello del nostro gaio e turistico stile di vita, contrapposto alla nichilistica e orrorosa attrazione per la morte dei jihadisti. […] E tali riflessioni emergono con tanta maggior forza perché immerse nell’oceano nullificante del birignao milanese, dove la capacità mimetica di Siti raggiunge vette arbasiniane. […]. L’appassionato grido di Leo a un Dio che si nasconde risuona con sanguinoso strazio. Ci richiama alla nostra coscienza di uomini di oggi. E non possiamo non amare Leo e le sue drammatiche debolezze. […]. Insomma, ci viene suggerito, non prendiamo questo sgraziato uomo del Signore con la radicalità delle sue parole, dei suoi pensieri, dei suoi atti troppo sul serio. […] Abilmente, da narratore di vaglia, Siti ci guida a poco a poco verso il clou del romanzo, al grande tabù, il desiderio erotico nei confronti dei bambini. Chiariamo subito che a Leo piacciono i bambini, ma non pratica, non esercita; ha avuto un’unica storia da ventenne, non ancor sacerdote, con Massimo, ragazzino italo-bengalese. Nella chiesa ha cercato un rifugio, e pare avercela fatta. Si scandalizza, anzi, quando il vecchio e laido sacerdote da cui si confessa gli impartisce un’apologetica della pedofilia. Ma Massimo riemerge dal passato, lui pacificato, ma Leo no, e precipita nell’angoscia. […] Entra poi in scena l’altro straordinario personaggio del romanzo, il bambino Andrea, figlio di una famiglia disfunzionale, intelligentissimo e per questo asociale, che si innamora – anche fisicamente − del grassottello e paziente Leo. Ma Leo adesso è armato, o crede di esserlo. Non cede alla seduzione. Andrea si suicida e, come in una tragedia sofoclea, Leo espia una colpa di cui non è colpevole dandosi fuoco nella discarica di Malagrotta, dopo essersi dimesso, per lettera, da sacerdote. Dio non gli ha risposto, non ha risolto il suo problema […]. Il suicidio del bambino Andrea è un rovello che insegue Siti dalle sue letture dei Demoni e di Giuda l’oscuro, libri che ci rimandano al mistero dell’esistenza e insieme alla sua miseria infinita e alla sua incomprensibile bizzarria. Andrea risolve col suo gesto una situazione insanabile, che gli adulti non sono in grado di risolvere. […] Un libro spiazzante, affascinante, e insieme irritante. Se vogliamo un libro religioso, se per religione si intenda il desiderio di aprirsi oltre l’hic et nunc, in un’epoca in cui “il Male è quasi inevitabile perché impercepito e di uso”. […]

Recensione di Mario Marchetti.


«La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso». Lo scrive Walter Siti nella nota di Resistere non serve a niente, premio Strega 2013. Difficilmente sentirete uno scrittore proclamare il contrario: la fascinazione per il Bene non ha mai sedotto nessuno. A forza di lasciarsi sedurre dal Male, e cercarne la sua forma più estrema e sublime, si finisce però per indicizzare l’osceno come le categorie del porno, e renderlo meno appetibile del suo sbiadito antagonista.

In Bruciare tutto – dopo una prima parte che definire interlocutoria è quasi un eufemismo – Siti scopre le sue carte: qual è il Male assoluto? Ovvero qual è l’ultimo tabù rimasto nella società occidentale? Sì, ci avete preso: la pedofilia. Nonostante, a ricordarci la sua pole position sul podio dell’aberrazione, ci abbia pensato di recente anche il terzo episodio della serie tv Black Mirror – il distributore automatico di angosce e distopie contemporanee – Siti si sente in dovere di rispiegarcelo stilando un’apposita nota:

«Più ancora dell’incesto, l’assoluto tabù della nostra epoca; sacrilegio per definizione, basta accennarvi per sentirsi sporchi, basta che qualcuno ne sia portatore perché lo si consideri un rifiuto dell’umanità». La storia è questa: Don Leo – come ogni prete che si rispetti – è un uomo profondamente tormentato, in continuo dialogo con Dio. Ed è la parte più bella del libro, il suo rapporto con la fede, la tentazione di ogni amante mortale di mettere in dubbio il proprio oggetto del desiderio fino a rinsaldarne la potenza (“Se ci fosse un posto dove Dio non esiste, ci andrei di corsa a morire”).

La sua idea di Chiesa si scontra con ciò che sembra essere diventata oggi la religione cristiana per esercitare un appeal sulle masse: un distillato di benevolenza caritatevole (“un cristianesimo senza lische, a pronta digeribilità”, “una Bibbia con l’ammorbidente”) condita da linguaggio televisivo (“Leo morirebbe piuttosto che dire: ‘I Farisei avevano una concezione difensivistica, Cristo va all’attacco come la Juve’”). Eppure la stessa visione fustigatrice di Leo – un po’ meno psicotica di quella di The Young Pope di Paolo Sorrentino – finisce per tradursi nelle categorie di un dualismo televisivo da talk: “Un Cristo antipatico… intollerante… un po’ Travaglio e un po’ Gabanelli”.

Il mondo in cui si muove Leo è una Milano gentrificata, perbenista, “resuscitata dal centrosinistra”, devota alla “stylosophy solidale”, dove l’apparenza è tutto. I personaggi affiorano come comparse educate a essere semplicemente se stesse, rischiando il calco di tipologie da giornalismo culturale: sciure intellettuali con i libri di Salgado in salone e l’arredamento “molto shabby chic” (sì, pare si usi ancora questa espressione…), adolescenti che si azzuffano per l’ultimo modello di iPhone, artiste rimaste a secco di scopate rilevanti, “pupattole in tubino nero ai vernissage”, gigolò palestrati che non si sentono in colpa di fronte ai mariti perché restituiscono “mogli calde e felici”.

Soltanto postulando un mondo depotenziato dal proprio carattere eversivo, ormai appannaggio di un’altra civiltà (“i vostri stessi figli corrono dove si muore e si sgozza; hanno bisogno di sentirsi alla gola quella lama che voi avete sepolto e lasciato arrugginire”), squallidamente incapace di ogni forma d’amore che non sia la riduzione a desideri iper-esposti e disincantati, una zombitudine depressa e conformista, ipocrita, dall’indignazione facile, insomma una parodia di umanità, Siti riesce a dare corpo al suo tabù e gonfiarlo di lacerante passione (“non si può possedere l’assoluto, se ne può solo essere invasi”).

Il rimosso mai davvero rimosso che tormenta Leo è l’aver abusato (“il verbo preciso è ‘incularlo’”) di un 11enne quando lui aveva 21 anni. E come tutti i rimossi, a un certo punto verrà a bussarti alla porta. Siti – sedotto da Male – gioca sul filo del disturbante e non ci risparmia niente: confessori che di fronte all’atrocità di quella rivelazione rispondono: “Se gli va di traverso lo sperma è come lo yogurt, hi hi, tossiscono un po’ e basta”. Il senso ultimo della scrittura dovrebbe esser questo: la dannazione a seguire le proprie ossessioni.

Se resistere non serviva a niente, qui va bruciato tutto. Il punto è che quel “rogo” sembra apparecchiato con lo zelo certosino di una cena di Natale, e anche le ustioni più strazianti lasciano intravedere i ferri del mestiere. “Non permetterai che sia tentato al di sopra delle mie forze”, chiede Leo al Signore. E forse anche Walter Siti dovrebbe chiederlo per se stesso.

Recensione di Veronica Raimo.