La fortezza della solitudine - Jonathan Lethem - copertina
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Descrizione

È la storia dell'America anni Settanta, un tempo in cui anche le decisioni più semplici - quale musica ascoltare, a chi rivolgere la parola - erano cariche di potenziali cataclismi politici, sociali, razziali. È anche la storia dell'America anni Novanta, un tempo in cui a nessuno importava niente di niente. È la storia di due ragazzi, Dylan Ebdus e Mingus Rude, vicini di casa. Dylan è bianco, Mingus è nero, e la loro amicizia non è tra le più facili. È anche la storia di quattro vie di Brooklyn, abitate quasi solo da neri: ma si sussurra che i bianchi stiano tornando. È la storia di ciò che accadrebbe a due ragazzi ossessionati dai fumetti se davvero avessero i superpoteri. È la storia di pomeriggi felici di giochi in strada, di anni di estorsioni da marciapiede, di una società cui appartieni ma che non ti vuole.
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Dettagli

2010
Tascabile
551 p., Brossura
9788856501865

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Paolo
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Sogno. E' la parola chiave della bellissima storia che Lethem ci racconta parlandoci trasversalmente anche dell'America e degli ultimi anni del millennio. Sogno Americano? Anche se l'America è sempre sullo sfondo quello che ci viene messo davanti è però il "sogno umano", quelle ultime parole del libro che sono, per me, la chiave di decifrazione di un percorso attraverso cui ci conduce Dylan, il protagonista. Il sogno (illusione, speranza?) di poter vivere in uno "spazio intermedio" in cui non esistono le durezze della realtà, il razzismo, la povertà, la violenza. Un sogno che lui prova, senza riuscirci, a far diventare reale, inventandosi un supereroe che sconfigge le ingiustizie, emanazione dei suoi sogni a fumetti. E poi la fuga nelle droghe, la madre "granchio che fugge" verso il suo sogno di utopia, il padre pittore di un'opera che non finirà mai per il suo sogno di artista; anch'esse fughe dalla realtà, dura o solo banale. Alla fine Dylan capisce di essere stato "incapace di cantare e di volare, per limitarmi a compilare e a collezionare, a scolpire statue dei miei amici perduti, attori della vita reale, nella mia Fortezza della Solitudine. A vedere il mondo attraverso le note di copertina". Lo "spazio intermedio" che si è creato, unico sollievo alla sua difficile infanzia, alla crescita complicata nella dura Brooklyn, alla difficoltà di avere rapporti veri, è pagato però duramente dalla consapevolezza di non aver vissuto. Da questa consapevolezza nascerà una nuova vita? Non ci viene detto ma il personaggio è a suo modo positivo e una speranza, secondo me, si intravvede. Un libro intenso, scritto benissimo, pieno di personaggi ognuno con il peso della sua storia; un racconto in cui forse si può trovare qualcosa delle "vite a metà" del tempo che stiamo vivendo. Un libro che consiglio.

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daniele
Recensioni: 3/5

la parola capovaloro si usa facilmente , ma altri sono i capolavori, e a mio parere ben pochi libri lo sono, questo è un buon libro, di un talentuoso artigiano. ciao

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Anna
Recensioni: 4/5

Bello, a conferma che Lethem sa cogliere il pathos e condurti dove vuole con le sue doti narrative. L'ho trovato un po' ostico in certi punti, soprattutto all'inizio. Ma mi è piaciuto parecchio.

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Jonathan Lethem

1964, Brooklyn

Jonathan Lethem è figlio di un pittore e di una militante della sinistra radicale, cresciuto in una Brooklyn divisa fra italiani, neri ed ebrei, tra classici del cinema di fantascienza, cartoni animati della Warner Bros., la grande letteratura europea e la cultura hippy. È cresciuto leggendo Calvino e la Highsmith, Dostoevskij e Ray Bradbury, e se fino all’adolescenza da grande voleva fare il pittore, a vent’anni si è ritrovato sulla West Coast a lavorare fra gli scaffali di una libreria – e alle prime versioni dei suoi romanzi.La lunga parentesi californiana dura più di dieci anni, che comprendono un breve matrimonio (con la scrittrice Shelley Jackson) e la pubblicazione dei suoi primi romanzi: nel 1994 Gun with Occasional Music (Concerto per...

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