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Michele Mari

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2007
Pagine: 164 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806162818
Il precedente romanzo di Mari (Tutto il ferro della torre Eiffel, Einaudi, 2002; cfr. "L'Indice", 2003, n. 1) si concludeva – dopo aver seguito Walter Benjamin nei suoi vagabondaggi parigini – con il sospirato ritrovamento dell'aura: "Una sostanza che sembrava madreperla fusa, iridescente e cangiante, con riflessi rosa e azzurrini e uno spolverio di pagliuzze dorate". La scia lasciata dallo sciogliersi dell'aura unisce – nell'incipit del nuovo – la Parigi del 1936 a un piccolo paese del varesotto, dove nel 1969 un contadino ha appena ucciso una lumaca e il "vischioso lucore" che fuoriesce dall'animale testimonia "la metamorfosi dell'immonda deiezione in splendida scaglia iridescente".
Quella lumaca dimidiata, poi, con la sua "sagoma più vicina alla balena che al serpente", con le formiche che subito la lavorano "come l'equipaggio della Pequod", riporta il lettore all'immaginario marinaresco della formazione letteraria di Mari (più avanti saranno evocati anche Ahab e il Nautilus, i quindici uomini sulla cassa del morto) e soprattutto alla declinazione in prima persona che Mari ne offrì con l'atmosfera sospesa e incantata della Stiva e l'abisso (Einaudi, 1992). Solo che qui l'atmosfera è ancora fantastica e misteriosa ("l'aura maledetta che si sprigionava dalla mia casa"), ma tutta tellurica – non Il vecchio e il mare, ma "Il vecchio e la terra" potrebbe esserne il titolo – e le fattezze ferine del protagonista fanno sì che la contrapposizione sia stavolta tra l'orda (delle lümàgh frances che, sostiene il vecchio, si nutrono di cadaveri e divorano la sua memoria) e l'orco: il fattore dei nonni, appunto, "l'uomo del verderame", uno dei tanti mostri – non tutti cattivi – che popolano da sempre l'esistenza del tredicenne Michelino ("perché altri che mi facessero compagnia, nella vita, non ne avevo").
Quest'omone taciturno e solitario – Felice solo di nome ("l'è minga difficil dà i nomm, el difficil l'è faj diventà vera") – non ha quasi più ricordi e dunque sembra non avere un passato ("si sapeva poi quand'era nato e dove? cos'aveva fatto prima di lavorare per noi? se aveva parenti?"). Proprio come la vecchia Flora che in Euridice aveva un cane (Einaudi, 1993) rappresentava l'anima stessa del paese dei nonni: "Di chi era figlia la Flora? Aveva ancora dei parenti? E quanti anni poteva avere?". Se Flora era Euridice, allora Felice non può che essere Orfeo: la rincorsa del suo passato – in cui Michelino l'accompagna – una discesa agli inferi. Dal verdemare al verderame, ciò che conta è la linea che divide il sopra dal sotto, e ciò che conta veramente è il sotto: il subconscio del mondo, dove le regole della razionalità non valgono più e si stratifica ab aterno il deposito della storia umana, il mito junghianamente inteso. Il nucleo archetipico, atavico, ossessivamente inamovibile dell'immaginario di Mari nasce da qui: dall'idea del sommerso e dell'abissale; dalla consistenza del magma che sta sotto alla crosta; dalla dimensione ctonia di cui partecipano quelle lumache rosse, messaggere dal mondo dei morti ("iin lur che manden sü i lümagh").
La lotta intentata da Michelino al rapido sfarinarsi della memoria di Felice si configura quindi come un rito di passaggio dall'infantile "l'ombroso" al paterno Lombroso: l'ingenuo tentativo di sconfiggere l'oscurità ctonia con la positiva luce della filologia. Stando all'autobiografia letteraria di Mari, infatti, Michelino aveva scoperto la filologia quattro anni prima, quando ad appena nove anni si era ritrovato "nella biblioteca della casa di campagna dei nonni" (Tu sanguinosa infanzia, Mondadori, 1997; cfr. "L'Indice", 1997, n. 4) a collazionare due traduzioni diverse della Freccia nera, proprio lo sceneggiato "in cui Loretta Goggi faceva finta di essere un maschio" che ora tiene i nonni attaccati alla tivù e lo lascia libero di svolgere le sue indagini. Se nel racconto del servizio militare la ratio filologica di Mari faceva da diga e compensazione all'assurda inutilità di quel mondo, dando vita alla Filologia dell'anfibio (Bompiani, 1995; cfr. "L'Indice", 1995, n. 6), qui il brulicare di elucubrazioni sulle lubriche secrezioni dei gasteropodi può essere tranquillamente classificato come "filologia della lumaca".
Uno dei problemi che si incontrano sempre nel recensire il romanziere Mari è proprio la sua consapevolezza da filologo, che tende a chiudere gli spazi in cui di solito si inserisce il discorso critico, riducendoli a interstizi. Una soluzione può essere, allora, lasciare la parola direttamente al Mari critico, seguendo una pista suggerita dallo stesso scrittore: "Il disegno, fatto sull'anta di un armadio con il gesso, di un coniglio impiccato", che rimanda all'impiccagione di un passero e poi di un bastoncino e poi di un gatto che ritmicamente si ripetono in Cosmo di Witold Gombrowicz. "Uno dei quattro o cinque libri più belli del Novecento" – scrive Mari nel suo I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta, 2004) – perché in quelle pagine "letterariamente si svela, come nessun libro ha mai svelato, l'identità tra essere, pensare, nominare, agire ed essere agiti; o in altre parole l'identità di esistenza e consistenza".
Il Michelìn, dunque, non è solo l'alter ego del Mari eterno bambino ("se istintivamente dovessi dare una mia fotografia a qualcuno che me la chiede", confessava in un'intervista del '97, "mi verrebbe da dargli la fotografia di quando avevo dieci o quindici anni"), è anche l'adolescente "aristotelico-conandovliano Witold" (così si chiama il protagonista di Cosmo) "corroso da una febbre di collegamento e di significazione". E la mnemotecnica con cui soccorre le amnesie di Felice è una strategia tesa a cogliere l'inattingibile essenza delle cose che sfugge beffardamente alle parole: falce e martello appesi al muro per ricordare le salsicce mangiate alla festa dell'Unità ("solo un anno prima mio padre aveva esposto una cosa simile alla Triennale di Milano"), il museo dei memento come l'ennesimo tentativo di reificare la parola, sconfiggendo "il demone della desemantizzazione" e "la questione dell'arbitrarietà".
I nomi e le cose – la letteratura e la vita, la lingua e il dialetto – sono i due piani posti sopra e sotto la linea della superficie: l'etimo è la discesa alle radici che scava un cunicolo tra il cosmo e il soggiacente caos ("a giocare con le parole si finiva sempre così, nell'insensato"). Ecco perché il romanzo di Gombrowicz, con la sua "intuizione di una perfetta congruenza fra follia e struttura del mondo", rappresenta l'irripetibile soluzione alla dualità che ossessiona Mari fin dal suo esordio, il gotico Di bestia in bestia (Longanesi, 1989; cfr. "L'Indice", 1989, n. 9), che aveva per protagonisti i gemelli Osmoc e Osac ("mai fidarsi dei nomi, soprattutto quando siano anagrammi").
  Giuseppe Antonelli

Recensioni dei clienti

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    Fabio Scarnati

    29/03/2016 15.48.57

    Apprezzo molto Michele Mari, lo ritengo il più grande scrittore italiano vivente. Ma trovo il finale di questo libro non molto riuscito. Almeno io non l'ho capito.

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    Lina

    10/01/2014 20.18.25

    storia ammaliante e scrittura suggestiva. un capolavoro impossibile da dimenticare.

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    Carlo

    09/06/2012 00.42.15

    Grazie ad Ibs sono riuscito a leggere questo libro, altrimenti introvabile. Bellissimo, consigliato. Un autore intelligente per lettori che non vogliono più essere presi in giro.

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    Madekhan

    09/06/2012 00.36.25

    Uno dei più grandi sccrittori italiani viventi. Speriamo che questo bellissimo libro non sparisca di nuovo dagli scafffali. Non riesco a capire come si ristampino a getto degli autori che massacrano i neuroni e dei grandi non passino il panettone in libreria.

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    ilse

    29/02/2012 14.34.32

    Bellissimo romanzo, colto e lieve, denso e stupito, fermo in una noiosissima casa di campagna eppure roboante come la più sognante delle avventure, tutto racchiuso in un rapporto fra due protagonisti eppure largo come una intera umanità, arricchito dal dialetto e insieme alto nello stile e nella lingua. Unico difetto: la brevità. Mari, una grande conferma!

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    gino

    10/06/2011 08.55.34

    Questo sì che è un romanzo. Consigliatissimo ...

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    daniele

    11/02/2011 15.58.40

    Il Michelino della nostra storia ce lo dice più volte, Stevenson, Malville, London. È lì che bisogna andare e Mari ci va con una prosa che incanta, un lessico spesso come un macigno e una dolcezza infinita. Come ho fatto a non incontrarlo prima? Per tutti quelli che scappano dalla pseudo-letteratura italiana tutta camera e cucina. Un talento purissimo, una meraviglia di romanzo.

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    luciano.comida

    18/01/2011 13.31.45

    Cosa chiedere di più a un romanzo? Una storia misteriosa e incalzante, un'amicizia strana, le sanguinose ferite e le ossessive difese di un adolescente, tanti isolati enigmi che emergono pian piano per saldarsi in un complesso quadro, una scrittura magnifica (che sa passare da toni aulici a registri pop, una fittissima e appassionata rete di riferimenti letterari cinematografici culturali storici, un'inquietudine che dà i brividi, una gioiosa tristezza del narrare che pochi hanno nel nostro paese, pagine che corrono via incalzanti. Mari si conferma lo scrittore più affascinante che abbiamo in Italia. Unico appunto: il finale un po' affrettato.

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    Andrea

    22/09/2010 13.47.05

    Che fine ha fatto questo capolavoro?? Einaudi mi lascia sempre di più senza parole, e pensare che è uscito solamente tre anni fa ed ha vinto un premio importante nel 2008...!! sigh.

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    p.rossi

    15/07/2010 20.52.11

    Michele Mari non è uno scrittore che ha mezze misure, o scrive dei capolavori assoluti o dei libri mortalmente noiosi come a mio avviso Tutto il ferro della torre Eiffel; questo libro appartiene alla prima categoria, è un capolavoro, non serve aggiungere altro!

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    Flavia Boero

    05/06/2008 10.47.31

    Che incanto questo ragazzino sveglissimo, che si annoierebbe, nell’ennesima estate in campagna, se non avesse un amico mostruoso, che lo ripaga con un tenerissimo affetto e la condivisione dei suoi lavori di ortolano e tuttofare. Quando l’amico-mostro comincia a perdere la memoria, dalla sua mente emerge una storia terribile, favola magica all’inizio, poi sempre più drammatica realtà, che porta il ragazzino oltre una linea d’ombra, oltre la quale si ritroverà cresciuto. Ci sono tanti altri temi in questo splendido libro: la bellezza di un’amicizia “impossibile”, nostalgia piena di affetto per un passato di cui restano solo i bei ricordi (siamo nel 1969: impareggiabile l’elenco dei divi degli sceneggiati TV di allora!) e soprattutto una scrittura serrata senza difficoltà di lettura, anche se Felice parla solo il dialetto della provincia di Varese…

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    sasso

    05/03/2008 19.54.35

    Mari è uno scrittore vero, un Gadda o un Landolfi dei nostri tempi e "Verderame" è uno di quei libri (lo si potrebbe definire un romanzo breve) che, una volta iniziato, è quasi impossibile abbandonare prima di averlo terminato. Una lettura che non fa certo rimpiangere il tempo impiegato.

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    guja

    27/01/2008 17.57.30

    un libro bello, poetico, appassionante, struggente, malinconico...da leggere tutto d'un fiato per rivivere le lunghe estati alla ricerca di piccole grandi avventure per ingannare il troppo tempo a disposizione, della voglia di crescere in fretta, della scoperta del mondo degli adulti. bello bello bello. peccato solo che il finale sembri troppo frettoloso e lasci la sensazione di qualcosa di irrisolto..

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    Latinese

    13/12/2007 22.03.56

    Struggente? Anche. Molto ironico, pure. Però soprattutto un romanzo che si legge senza pause. Mi sono seduto a vedere un po' di che si trattava, e non sono riuscito a staccarmi finché non l'ho finito. Il mistero di Felice viene a galla pian piano, con tutti i suoi agghiaccianti segreti, e ti avvolge come una ragnatela. E finché non arrivi alla conclusione non riesci a fermarti. E' un giallo? Una specie. Un horror? Be', anche. Un gotico? Perché no? E' Verderame, ed è uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni...

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    clara lunardelli

    03/11/2007 20.28.16

    Il libro è struggente, forte, ricco, nel lessico, nella trama, nella forma. La storia dell'avvicinamento di persone così diverse e distanti per età ed esperienza ha in comune invece una solitudine che solo l'interesse e il bisogno di un dialogo schietto e giocoso possono sedare, sconfiggere. La genuina attrazione per l'altro traccia una strada da percorrere e il fatto che accada fra un ragazzino perspicace, quanto solo, e un uomo provato nel corpo e nella mente rende ancora più forte e preziosa la relazione. Da leggere per chi cerca un libro che sappia sfiorare con mano rapace e calda il cuore.

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