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Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2016
Pagine: 748 p., Rilegato
  • EAN: 9788806204419
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Per il suo corposo romanzo d’esordio (pubblicato nel 1962), Philip Roth sceglie un avviluppato intreccio di passioni e inazioni, ?che ha la sua origine nella New York degli anni cinquanta, una parentesi? a Iowa City e il suo centro e sviluppo a Chicago. Al centro, Gabe? Wallach, giovane benestante di famiglia ebrea, dottorando in letteratura e con una grande passione per Henry James. Da poco orfano di madre, Gabe decide di lasciare il padre, affermato dentista che mal elabora la propria vedovanza, e di trasferirsi nell’Iowa, per studiare e poi insegnare letteratura all’università. Qui l’incontro con Paul e Libby Herz, il primo di lui collega, la seconda nevrotico e insoddisfatto amore, per Gabe non vissuto, che gli cambierà per sempre l’esistenza, in un triangolo di attrazione e avversione intenso e senza vere uscite. Il desiderio di Gabe e Lizzy di vivere “il mondo dei sentimenti”; una lettera dal letto di morte della madre di Gabe infilata nella copia di Ritratto di signora che finisce fra le mani di Libby; il desiderio di Gabe di fare del bene, col rischio, che qui si avvera, di rimanere intrappolato nelle maglie della vita altrui – il tutto sullo sfondo dell’America (grigia) degli anni cinquanta, osservata da ravvicinata distanza, solo una decina di anni dopo (…).

Non è un romanzo facile, Lasciar andare, cupo e clastrofobico com’è, seppur pervaso da lampi di caustico sarcasmo e di grottesca comicità. Non è facile perché racconta squallore, tumulti emotivi, inferni domestici, solitudine, sogni infranti, disperazioni esistenziali (…). Ma è forse questo il suo grande pregio: mettere insieme l’alto delle idee e dei puri sentimenti e la realtà più cruda e dolorosa; di calare, fra aborti, divorzi, ricatti, adozioni e mercato nero, ragazzi poco più che ventenni, aspiranti critici e scrittori, e dipingerli mentre annaspano dentro un pantano a cui la letteratura non li ha abituati. Vederli mentre si avviluppano dentro se stessi e nelle relazioni con gli altri, che sono ossessive, nevrotiche, verbose e spesso disperanti come le loro personalità.

Occuparsi degli altri, pur con le migliori intenzioni, non è sempre la strada giusta, ci dice Roth, pena il rendersi infine conto della propria inutilità. Bisogna anche imparare a “lasciar andare”, a liberarsi dagli intrichi in cui ci costringiamo per presunta generosità, ma che è forse in fondo una irrequietudine e una ricerca di senso della nostra stessa vita.

Recensione di Cinzia Schiavini


Al centro di questo primo, ambizioso romanzo, di Philip Roth, ambientato negli anni Cinquanta, tra Chicago, New York e Iowa City, il ritratto di un'America definita da vincoli sociali ed etici profondamente diversi da quelli di oggi.

«Un libro ricco, pieno di eventi, divertente e triste allo stesso tempo: anche nelle sue scene piú drammatiche ha qualcosa che cattura l'attenzione» - Harper's

Gabe Wallach
Cova il malessere di tanti giovani ricchi ma mediocri: non sa bene che cosa fare di se stesso. […]. Ha un reddito, è in perfetta salute, e crede non solo nel perseguimento, ma nel raggiungimento della felicità. Purtroppo, ciò in cui crede non esercita un grande effetto sulle sue azioni. Se la sua buona sorte fosse inevitabile, non dovrebbe avere tante difficoltà e compiere delle scelte. Per essere un ottimista, è molto nervoso e indeciso. Poniamo che la felicità si metta a sculettare e danzare buttandosi allegramente giù da un burrone: lui la seguirebbe?


Al centro dello spazio rothiano sempre loro, le relazioni. Questo già dagli esordi, nel lontano 1962, quando lo sconosciuto Philip Roth aveva solo 29 anni e alle spalle un’acerba raccolta, Goodbye Columbus.
Universi piccoli, quelli del suo primo romanzo, costretti nelle ambientazioni grigie e umide degli anni Cinquanta americani e affollati da piani di relazioni portate al parossismo, che s’intrecciano, si accavallano, s’inseguono. Il giovane Roth, nonostante la prolissità degli esordi, mette in gioco fin da subito quelle che sarebbero state le carte della sua indagine letteraria negli anni a seguire: la religione (e in particolare il rapporto con l’ebraismo) il sesso, la morte, l’amore, il rapporto con la famiglia, la sofferenza empatica, l’ossessione per le relazioni e gli assilli dell’io proiettato nella società. Sono temi ancora acerbi, ma è proprio questo il momento per coglierli e riflettere a ritroso su questo grande scrittore, per penetrare nella nascita della sua poetica, grazie a questa nuova traduzione di Norman Gobetti per Einaudi.

Al centro della storia, Gabe Wallach: giovane e ricco ebreo di New York, Gabe è uno studente universitario annoiato dal suo status sociale e incastrato tra l’universo delle relazioni che gli gravita intorno e il disagio dell’immagine che di sé vorrebbe proiettare dentro questi legami. Cresciuto nel religioso credo letterario di Henry James, Gabe cerca di dare un ordine al suo mondo attraverso una catalogazione dei sentimenti messa a confronto con l’universo dei suoi libri, e sbriciolata in modo fallimentare nella realtà che lo circonda.
Il suo è l’affanno della proiezione di se stesso che va a infrangersi nel dolore della madre persa che ha lasciato l’ingombrante vuoto di un’autorità morbosa, e nel rapporto con il padre – dentista rinomato di New York – che si lascia sopraffare dalla malinconia e dal tedio piatto della sua vedovanza, attaccandosi a Gabe con tutto l’egoismo di un affetto che gli è dovuto per legame di sangue. Alla ricerca di un lancinante bisogno di colmare la solitudine, il padre pretende dal figlio tutto l’affetto possibile facendo leva sui sensi di colpa e ricambiando il suo amore con pulizie odontoiatriche, surrogato di un affetto che profuma d’infanzia e gesto manipolatore di autoritarismo paterno.
Al centro della vita di Gabe gravitano gli Hertz: una coppia di giovani universitari sposati, in crisi matrimoniale precoce e consumati dalla povertà che li opprime. Paul Hertz, schivo e difficile, sogna di diventare docente universitario, Libby malinconica ed egocentrica, vive nel piacere del lamento autoreferenziale e nel terribile rapporto con i suoceri che non hanno mai accettato la sua fede religiosa. Gabe gravita intorno a queste figure e, cercando sempre di fare di sé una persona seria e generosa con gli altri, finisce di spingersi un po’ troppo nelle vite altrui, saltando tra la ripetitività e la futilità delle vite che incontra, alla ricerca di risposte nascoste tra le noia e i limiti del destino. Senza forse trovarle realmente. Il suo complesso rapporto con Martha Reganhart, donna divorziata con due figli e dalla spiccata capacità oratoria priva dei filtri del “buon senso”, mette Gabe alla prova nella complessa crisi esistenziale che lo pone nel desiderio di voler aiutare a tutti i costi gli altri, forse allo scopo di soddisfare un certo appagamento personale.

Lasciarsi andare è un romanzo figlio dell’America di quei ponderosi anni Cinquanta, affannato tra New York, Chicago e Iowa City. È un romanzo modellato sulla spigolosa realtà delle relazioni sociali dell’epoca, irrigidite da quegli anni complessi e che solo la composita penna di Roth riesce a descrivere con le giuste sfumature della sua prosa acerba, ma accuratamente fluida, corrosiva e narcisistica, fino a toccare una morbosa autoreferenzialità. Un Roth aggressivo e accurato nell’introspezione psicologica, un accumulatore di personaggi ossessionati da loro stessi e dagli altri, sospinti nella sazietà dei dialoghi, densi e complessi. Un Roth disilluso e sommesso, sarcastico fino a logorare la pagina, un Roth intenso e amareggiato che serba ancora una fresca ironia non ferita da quelle lesioni dell’esistenza che incontreremo nella sua seconda pienezza letteraria. Un romanzo essenziale e necessario per cogliere in nascere la genesi del più grande scrittore vivente d’America, per aggrapparsi al bisturi della sua lingua. Precisa e tagliente. Rarefatta e spessa, con involontari riverberi del romanzo dell’io, dai sbiaditi contorni ottocenteschi.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    AdrianaT.

    21/03/2017 10.24.30

    Il buongiorno si vede dal mattino! La felice alba di Roth, i suoi inizi dall' impronta che a seguirla è stato un prezioso, stimolante viaggio nella scrittura, nella cultura, nei sentimenti, nell'animo e nella visione della vita di un uomo dalla mente brillante e inquieta. Una storia fiume spalmata su più di settecento pagine - credo il più corposo e prolisso romanzo della sua produzione -, e che, a parte qualche passaggio pesante e ripetitivo in alcune situazioni, ne conferma, fin dagli esordi, il magnifico, imperdibile talento narrativo.

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    Raffaele

    17/07/2016 09.54.01

    Dopo aver letto tutti gli altri, leggere per ultimo il suo primo romanzo è stata una esperienza particolarmente piacevole ed interessante per capire chi era Philip prima di diventare (il grandissimo) Roth.

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    furetto60

    11/05/2016 09.58.20

    Ruotando attorno alla figura di Gabe, giovane di buona famiglia, di origine ebrea ma tendente all'ateismo, uno spaccato della società USA a cavallo anni 50/60. Opera imponente con alcune pagine di grande scrittura, scade un pochino nei dialoghi in cui, a volte, si nota una certa mancanza di coerenza, personaggi che si alterano per questioni che non sembra lo meritino. Non il miglior Roth, ma il livello qualitativo è comunque alto.

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    Marco

    03/05/2016 16.11.54

    Nella sua prima vera prova da romanziere, Roth già si fa notare per la maestria nella tessitura di storie, racconti e rapporti, nella definizione del carattere dei personaggi e nella caleidoscopica capacità di costruire dialoghi, doti che fioriranno con risultati eccelsi nei capolavori degli anni a seguire. Non manca un'enfasi "giovanile" un poco logorroica, che si andrà calibrando e raffinando con la maturità dell'autore. Peccato per la traduzione, che evidenzia davvero molte pecche e (come altri ha rilevato) persino errori nella coniugazione dei verbi. In alcuni tratti finisce per inceppare fastidiosamente il ritmo del racconto. L'eccezionale talento di Roth per la scrittura, in definitiva, riesce ad emergere non grazie, bensì nonostante la traduzione.

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    Alberto

    21/04/2016 08.48.03

    Premesso che sono un fan di Philip Roth, a mio parere in questo suo primo romanzo trovo in embrione tutto quanto poi sarà in grado di sviluppare, migliorare, completare nelle sue grandi opere che seguiranno, pubblicate in Italia prima di questa. Innanzi tutto i dialoghi, sia quelli tra adulti che quelli con i piccoli Cynthia e lo sfortunato Markie. E poi il profilo dei personaggi, con le loro insicurezze e i loro fantasmi. Il voto non è alto proprio perchè non ho avuto il piacere di una lettura continua, senza fiato, come mi accaduto su molti altri suoi romanzi, sovente mi sono trovato in una palude da cui ho fatto fatica ad uscire.

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    neselthia

    15/04/2016 19.30.59

    È il primo libro di Roth che ho letto. Lo definirei il romanzo della solitudine. Tutti i personaggi descritti sono soli e in qualche modo si ritrovano e decidono di rimanere insieme per paura. La paura è quella di non riuscire a trovare una persona da amare, che si faccia amare e che ti ami. Ovviamente. Solo che questo loro sforzo li rende ancora più soli, perché è estenuante cercare di far funzionare un rapporto sbagliato già dall'inizio. Perciò la storia mi è piaciuta e i dialoghi sono fantastici. Li ho amati, perché mai banali. Solo che non ho mai capito perché i personaggi impazzissero così facilmente: un momento prima si amano, un momento dopo si odiano, si urlano in faccia. Senza alcuna ragione apparente. Tutti matti. Ad avermi rovinato la lettura è stata la pessima traduzione, che riporta modi di dire tipicamente toscani (una cosa non propriamente corretta da fare), verbi coniugati in modo sbagliato. A volte la traduzione mi innervosiva deconcentrandomi.

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    Giuseppe Russo

    30/03/2016 10.49.54

    Nonostante i tanti riferimenti espliciti a Henry James disseminati lungo le 750 pagine del romanzo più lungo in assoluto di Philip Roth, la sensazione che si prova leggendo «Letting Go» in questa nuova, eccellente traduzione è che si tratti di un'ampia esercitazione sul tema de «Le affinità elettive». Come nel capolavoro di Goethe, assistiamo ad una costruzione identitaria intersoggettiva basata su un gioco di coppie all'interno delle quali scattano meccanismi di attrazione trasversale, repulsione reciproca e superamento. E, proprio come ne «Le affinità elettive», anche qui a determinare la fine di giochi tutto sommato adolescenziali e il passaggio all'età adulta della vita, è la morte del bambino di una delle due donne. Ma nel frattempo c'è stata la psicoanalisi, che nei primi anni '60, quando Roth ha composto il romanzo, aveva già fatto il suo ingresso a gamba tesa nella vita privata della middle class americana. Così i diversi caratteri sono portatori di svariati disturbi: Gabe è un narcisista represso, Martha una personalità oblativa, Libby l'insicurezza fatta persona e Paul un maniaco depressivo quasi da manuale. Sicché, rispetto all'epoca in cui la risoluzione dei problemi identitari poteva essere totale grazie al semplice superamento delle relazioni squilibrate, nella seconda metà del XX secolo questo non può bastare.

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