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Philip Roth

Traduttore: N. Gobetti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2009
Pagine: 234 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806178949
"Classe, oh, studenti miei, quest'anno ho cavalcato l'onda di una grande emozione". Sono le parole grandiose che David Kepesh, giovane professore di letterature comparate a New York, immagina di rivolgere ai suoi studenti come introduzione al corso di Letteratura 341. In realtà nient'altro che ironici e, se vogliamo, spassionati appunti scritti in un bar di Praga, davanti agli occhi incuriositi e scettici di due raffinate prostitute in golfino bianco d'angora e minigonna pastello a cui David offre da bere. Ispirato da Una relazione per un'accademia di Kafka (il racconto in cui una scimmia tiene un discorso a un convegno) e dalla convinzione che a dispetto di tutti la letteratura, "nei momenti più validi e interessanti", sia fondamentalmente "referenziale", Kepesh sceglie per gli studenti Anna Karenina, I turbamenti del giovane Törless e Madame Bovary: "Spero che vi sarà più facile collocarli nel mondo dell'esperienza, scoraggiando la tentazione di relegarli nei docili inferi degli stratagemmi narrativi, dei motivi metaforici e degli archetipi mitici. Soprattutto, spero che leggendo questi romanzi imparerete qualcosa di prezioso sulla vita in uno dei suoi aspetti più enigmatici ed esasperanti". Inutile dire che l'esperienza più enigmatica ed esasperante è per David il desiderio stesso che in quei romanzi si rispecchia, un desiderio fatto di "solitudine, malattia, perdita" e, soprattutto (sconfortante climax), "terrore, corruzione, sventura e morte".
Ed è di questo – non di studenti, né di lezioni vere e proprie – che leggiamo. Ma in quegli anni settanta della «morte dell'autore» e della pacifica libertà sessuale in cui il romanzo è scritto (e soltanto ora tradotto in italiano, con altrettanta tagliente ironia, da Norman Gobetti), un punto di vista simile sembra quantomeno superato. E tanto più risulta tale ai giorni nostri, quando questi presupposti appaiono addirittura scontati. Però l'educazione sentimentale del nostro "eroe" vanta qualcosa di non comune, di spaventoso e simpatico al tempo stesso. Nel ripercorrere la proprio storia, David Kepesh racconta di come sia stato affascinato nell'infanzia dallo sfrontato esibizionismo di Herbie Bratasky, cantante e intrattenitore nell'albergo dei genitori, che alle lezioni di rumba si presentava con calzoncini elasticizzati da nuotatore, giacca bicolore casual e cintura di alligatore con chiavi penzolanti; di come sia stato turbato senza scampo da due sorelle svedesi, Elisabeth e Birgitta (l'ultima in particolare, sogno e incubo di lussuria sfrenata), che se lo contendevano nelle notti del dottorato; e infine di come sia stato "stuzzicato" dalla capricciosa e narcisista Helen Baird fino a sposarla: una Elena di Troia "armata di stupefacente bellezza", reduce da una fuga a Hong Kong insieme a un giornalista con il doppio dei suoi anni (detto Karenin), una moglie e tre figli.
Regista più o meno occulto di tali occasioni, sezionate con il più spietato disincanto, è ovviamente sempre il desiderio, alleato e antagonista, capace di assumere maschere imprevedibili e grottesche.
Eppure, nella prima parte del romanzo, sembra che le vicende siano anche troppo lineari per giustificare nel lettore un interesse che vada oltre una divertita simpatia con il protagonista e le sue rocambolesche conquiste. Meno prevedibile è la seconda parte, quando David, divorziato da Helen e reduce da un'estenuante sofferenza culminata con la psicoanalisi, si lega a Claire Ovington, venticinquenne bella, intelligente e perfino conciliante, insomma pressoché perfetta e capace di donargli finalmente la maturità e la pace. Il catalogo delle conquiste si interrompe, ma è a questo punto – proprio dall'esubero di felicità e dalla piena saturazione del desiderio – che cominciano le contraddizioni. David può fermarsi qui, in questa angosciante perfezione? Smettere per sempre di desiderare? Oppure aspettare incredulo che il desiderio fugga via? Anche quando, nell'apparente idillio della campagna americana estiva, Claire conquista il suocero di rigorosa fede ebraica e l'amico Mr Barbatnik cucinando insalata di yogurt e cetriolo insaporita da aromi orientali e un delizioso pollo arrosto freddo al rosmarino, questo improbabile dongiovanni si sente come il "furibondo amputato di Gogol'", che corre a pubblicare l'annuncio per ritrovare il naso che ha abbandonato la sua faccia.
Come premesso, la schizofrenia amorosa del nostro David Kepesh – il cui nome era gia comparso in un altro racconto di Roth del 1972, Il seno (Bompiani, 1973 ed Einaudi, 2005), una sorta di riscrittura della Metamorfosi di Kafka in cui il personaggio si trasformava in mammella, e poi ripreso, su un intreccio molto simile a questo, in L'animale morente (Einaudi, 2003) – ha difatti come interlocutore privilegiato la letteratura. Alle sue domande rispondono qui i racconti di Kafka e quelli di Čechov come Uvaspina, Dell'amore e soprattutto L'uomo nell'astuccio, su cui David sta scrivendo un saggio: il "grido angosciato" di uomini che cercano di uscire dall'astuccio di regole, inibizioni, menzogne, "della noia mortale e dell'opprimente disperazione, delle penose situazioni matrimoniali e dell'endemica falsità sociale, alla ricerca di una vita vibrante e desiderabile".
Dentro l'astuccio la noia, fuori la disperazione. Il desiderio è qualcosa di troppo capriccioso per dare pace a qualcuno. Ma se da una parte i pensieri segreti del protagonista ci portano a credere che il paese delle chimere (e dei sogni alla Madame Bovary) sia davvero l'unico degno di essere vissuto, al tempo stesso la bravura di Roth – qui forse non all'altezza di Pastorale americana e degli ultimi Everyman, Patrimonio e Il fantasma esce di scena – consiste nel mostrare le due facce del discorso, rendendo tutto meno scontato. È davvero così irresistibile il desiderio, oppure a volte è meglio che esso si arrenda alla realtà? A questa domanda ci risponde il saggio seppure umoristico Mr Barbatnik, reduce da un campo di concentramento nazista ("Cara, si vive, si fanno domande. Forse è per questo che viviamo"). Quando Claire gli chiede quel che avrebbe voluto diventare quando era giovane giovane, lui le risponde: "Un essere umano, una persona capace di conoscere e comprendere la vita, e ciò che è reale, senza crogiolarsi nelle menzogne".
Una bella lezione per David. E così fino all'ultimo il lettore resta in sospeso, senza smettere di domandarsi chi avrà la meglio su di lui, se Claire e la realtà, oppure il desiderio con i suoi capricci e le sue fantasie.
Chiara Lombardi

Recensioni dei clienti

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    Raffaele

    21/08/2013 23.12.55

    Un romanzo sublime con diverse anime. Il dialogo finale tra David e Claire, già da solo, vale una lezione di scrittura creativa. Roth sempre più unico.

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    Maria

    26/03/2012 21.35.18

    Anche io, come letto in alcune recensioni precedenti, ho fatto fatica a ritrovare il Roth che ho amato, quello di Lamento di Portnoy, per citare solo uno dei suoi romanzi. La storia non mi ha coinvolto per niente, e questo personaggio non cattura. Cosa più grave, mi pare quasi che l'autore stesso si sia annoiato nel raccontare situazioni piuttosto banali,dialoghi senza mordente, senza fine. Stavolta è andata così,ma leggerò ancora Roth!

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    sordello

    05/11/2010 11.52.29

    da amante di Roth devo dire che questo romanzo non mi è piaciuto affatto; la storia, a differenza di altre, non è coinvolgente e ho fatto fatica a proseguire nella lettura.

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    claudio

    10/05/2009 17.45.14

    Non sono riuscito ad andare oltre le 50 pagine, con molta fatica. Pur avendo letto tutto Roth, a volte penso (ma cancello subito l'impressione) che ci stia prendendo in giro con la sua fobia del sesso.

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    Nicola Intrevado

    03/04/2009 22.00.27

    Quando esce un libro di Roth ,o una ristampa inedita come : " Il professore di desiderio " , ha la priorita' su tutto cio' che sto leggendo in quel momento.Sia pure un lavoro meritevole , e , persino se si tratta di un giallo. Vi confesso che si tratta del Larsson de " La Regina dei castelli di carta ".Lo acquisto alla mia prima uscita dall' Ospedale dove lavoro e , lo leggo con la lentezza estrema che un Opera complessa , quale la sua , richiede. Poi , con altrettanta calma ,lo rileggo una seconda volta e stavolta lo sottolineo , lo annoto , e, solo allora posso esprimere un parere. Ponderato. Digerito. Meditato. La dimostrazione tangibile del mio grado di nevrosi ossessiva.Lo so. E questo perche' : Roth e' l' intelligenza del pensiero dell' uomo moderno , almeno di quei pochi rimasti in vita. E' l' architettura perfetta , ardita e ostinata , delle parole alla ricerca di una struttura organizzativa e sintattica , posta , al servizio dell' arte della scrittura. E' l' ironia che si sveste dell' oscuro velo dell' inconscio , del buio del non detto , dell' inconfessato , del mito all' origine del pensiero irrazionale e inconfessabile dell' uomo. E' il verbale di una seduta collettiva da un' anlista freudiano e junghino , assieme. Abbracciati. E' la sintesi, fatta lettura , arte pura , dell' immenso amore e dello studio attento dei tanti , tanti libri letti. E pensati. E riletti.E solo allora , ripensati. E spiegati. E' la dimostrazione concereta dell' inconsistenza del Premio Nobel e affini , li' dove persino Fo e la Deledda sono stati premiati.In luogo di un Borges o di un Moravia che possono o no piacere. Ma hanno certo inciso , con un segno indelebile il panorama letterario mondiale. Roth , lo confesso senza imbarazzo, e' tutto cio' che avrei voluto essere se fossi stato uno scrittore.Non un libro di meno. Non una pagina di meno.Non una parola di meno. Quindi, non solo vi consiglio di leggere questo libro ,ma di leggere tutto Roth.Gia' domani.Ci conto.

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    Philip

    01/03/2009 15.20.19

    Uno dei migliori Roth in assoluto, con tutti gli elementi che lo hanno reso grande:l'ironia, il sarcasmo, la sincerità, il profondo lavoro di scavo psicologico nei contrastanti desideri del protagonista. Anche qua, imperdonabile il ritardo di pubblicazione (l'edizione originale risale addirittura al 1977). Scritto come sempre in maniera superba, l'ho trovato superiore al ben più celebrato "Lamento di Portnoy".

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