Il corpo in cui sono nata

Guadalupe Nettel

Traduttore: F. Niola
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 154 p., Brossura
  • EAN: 9788806214708
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    Da qualche tempo a questa parte si sta verificando un fenomeno per cui, almeno nell'ambito della narrativa ispanoamericana, autori nati intorno agli anni settanta pubblicano romanzi e racconti a metà strada fra l'autobiografia e la finzione, genere che qualcuno definisce con il termine poco suggestivo di "autofinzione". Sappiamo, con Lejeune, che perché si dia vera e propria autobiografia dev'esserci identità di nome fra autore, narratore e personaggio della storia, sebbene chiunque veda come, per aderenti che rimangano ai fatti, tanto l'autobiografia quanto il romanzo autobiografico (in cui l'autore ha deciso di celare tale identità) finiscono per essere finzione dal momento che il sé scritto è sempre altro rispetto al sé vissuto. Nel caso di Il corpo in cui sono nata della scrittrice messicana Guadalupe Nettel, malgrado l'autrice abbia confermato l'origine autobiografica di quanto vi narra, preferirei lasciare l'accento sulla sua natura di romanzo. Non solo perché c'è un solo punto in cui si fa riferimento indiretto al nome (quel "nome impronunciabile, che ricordava vagamente quello di un'isola francese sperduta in mezzo ai Caraibi") ma perché il nucleo di questo libro non è tanto il resoconto una tranche de vie (dall'infanzia alla maturità, passando per la giovinezza) quanto piuttosto il racconto di una trasformazione, come in ogni romanzo che si rispetti. Più che autobiografico preferirei, quindi, definirlo un romanzo di formazione al femminile. Tornare al corpo in cui è nata, parafrasando nel titolo un verso di Allen Ginsberg posto in epigrafe al libro, è ciò che la narratrice conquista al termine di un percorso narrato sulla falsariga di una seduta psicoanalitica. Nel suo soliloquio rivolto a una certa dottoressa Sazlavski la protagonista racconta il precoce disagio vissuto da bambina per via di un difetto di nascita relazionato con la vista, un neo bianco sulla cornea dell'occhio destro, anomalia che presto invade, simbolicamente, la sua sfera esistenziale. La vita della bambina e poi dell'adolescente verrà vissuta all'insegna di una marginalità non solo fisica e psicologica ma anche geografica e sociale. Sullo sfondo, infatti, gli anni settanta, vissuti a cavallo fra il Messico e la Francia, e una famiglia dedita agli usi e costumi dell'epoca: l'educazione alternativa, il matrimonio aperto, le comuni hippie, la libertà sessuale e l'ideologia dominante con tutte le relative contraddizioni che hanno un ruolo centrale nell'alimentare i conflitti interiori della protagonista. Grazie al potere liberatorio e dunque terapeutico della narrazione (che coinciderà con la sua nascita come scrittrice) la protagonista si libera di un silenzio trattenuto troppo a lungo che "come il sale, è lieve solo in apparenza: in realtà se il tempo lo inumidisce, diventa pesante come un'incudine". Alla fine di questo processo, e quindi del libro, la narratrice, pur non sottoponendosi alla correzione del difetto fisico che auspicavano i genitori, subisce una trasformazione molto più radicale che invade le sfere dell'essere e del sentire ripercuotendosi anche sulla capacità di vedere ma in maniera più profonda: "I miei occhi e la mia vista erano immutati, ma vedevo in modo diverso. Finalmente, dopo un lungo periplo, mi decisi ad abitare il corpo in cui ero nata, con tutte le sue particolarità. In fin dei conti era l'unica cosa che mi apparteneva e mi vincolava in modo tangibile al mondo, consentendomi di distinguermene". Come le asimmetriche donne dei ritratti cubisti, la cui bellezza risiede proprio nello squilibrio, quella bambina che pensava a se stessa nell'analogia con un Gregor Samsa o un Quasimodo, una outsider che si identifica con la "razza dei trilobiti"e che non a caso si trova a suo agio a contatto con gli emarginati della banlieu parigina o gli esiliati delle dittature latinoamericane, segue infine il dettato di Aldous Huxley ne L'arte di vedere, secondo cui la visione chiara di sé implica l'accettazione della propria natura: nell'atto fisico del vedere, infatti, entra in gioco tutto il rapporto fra la mente e l'organo che le è più vicino, che è anche metafora di un percorso di guarigione esistenziale. Se, parafrasando Tolstoj, tutte le famiglie sono infelici a modo loro, così pure lo è ogni infanzia e, come tale, terra fertile per più di un romanzo, visto che solo l'infelicità si può narrare. Il libro di Nettel non fa eccezione: "Non so come la pensi lei, dottoressa Sazlavski – dice la protagonista –, ma secondo me il presunto incanto che molta gente attribuisce all'infanzia è uno degli scherzi che gioca la memoria". Ed è proprio contro la natura selettiva e ingannevole della memoria che la narratrice ingaggia un duello all'inseguimento di un'obiettività impossibile che è al contempo la ricerca di una forma per riscattare, se non il dolore, almeno un simulacro di verità: "Come se truccando le immagini remote si potesse mitigare il dolore passato. Non è doloroso ricordare una situazione che per fortuna non è più tale, ma semplicemente riconoscere ciò che abbiamo provato in precedenza, ed è questa cosa che niente, neppure un'amnesia o il migliore degli analgesici, può cambiare. Il dolore rimane nella nostra coscienza come una bolla d'aria intatta, in attesa di essere evocato o, nel migliore dei casi, tirato fuori!". Il fallimento, se tale si può definire, è che le interpretazioni hanno la meglio sulla fedeltà ai fatti, che l'oggettività autobiografica è soggettiva e, come si diceva all'inizio, la storia di una vita scivola inesorabilmente verso il romanzesco: "A volte mi viene da dubitare di tutta questa storia – riflette la narratrice – come se invece di un vissuto fosse un racconto che ho ripetuto a me stessa un'infinità di volte". Non è un caso se la genesi di questo romanzo marcatamente autobiografico di Guadalupe Nettel, è stata sofferta, accompagnata e preceduta da una serie di volumi di racconti e da un romanzo, El huésped (2006), che ne sembra una versione fantastica, dove i temi della malattia, dell'anormalità e della marginalità, sebbene trasfigurati dalla maschera della finzione, si rivelano cifra della narrativa di questa autrice che si è ormai imposta come una delle voci femminili più interessanti del panorama della narrativa ispanoamericana attuale.   Vittoria Martinetto